Parrocchia di San Martino a Vado

InStrada in Casentino

 

 

 

 

 

 

 

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Bimestrale di Formazione ed Informazione

della Comunità di Strada in Casentino

 

 

 

 

 

 


 

 

Anno V  -  N. 29       Marzo  -  Aprile  2008



Voi chi dite ce io sia?

Numero speciale sul piano pastorale diocesano 2007/2008

Terzo ed ultimo numero

 

 

SOMMARIO

 

 

q       Editoriale                                        pag. 3    Testimoni di Cristo

q       Il piano 2007/2008                          pag. 4    Quarta parte

q       Il piano 2007/2008                          pag. 10   Gesù  e  Signore

q       Le preghiere del mese                    pag. 12   Preghiere

q       Veglia  di  preghiera                       pag. 13   …anch’io mando voi

 

q       Notizie della nostra comunità         pag. 17   Rinnovamento Carismatico

pag. 18   Circolo Parrocchiale

 

q       Notizie dal Casentino                     pag. 20   Rubrica del Direttore

q       Attualità                                          pag. 22   Chiara Lubich

 

q       Approfondimenti                             pag. 24   Donne e lavoro di casa

pag. 25   Cercasi Esorcista

pag. 26   Speranza ed educazione

 

q       Varie                                                         pag. 29   Magdì Allam

pag. 32  Giovanni Paolo II

 

Il giornalino può essere scaricato su internet

all’indirizzo www.parrocchiastrada.net

EDITORE: Giancarlo BRESCIANI (Resp. Leg. Parrocchia San Martino a Vado)

DIRETTORE RESPONSABILE: Silvia PECORINI

REDAZIONE: Piazza Piave n° 17/A - Strada in Casentino (AR)

Autorizzazione Tribunale di Arezzo n° 3 del 23/02/2005

 


 



Editoriale

 

“Testimoni  di  Cristo”

 

Gli apostoli han vissuto un'esperienza unica nel loro genere: han vissuto a fianco del loro Maestro, l'hanno visto soffrire e morire in Crece e poi l'hanno incontrato e riconosciuto vivo con i segni della passione sul  Suo corpo.

Un'esperienza che è stata determinante per la loro fede ed anche per la fede delle generazioni che si sono succedute nella storia cristiana. Essi dopo le apparizioni sono divenuti I TESTIMONI DEL CRISTO RISORTO. E per questo annuncio e testimonianza hanno dato anche la vita.

La Resurrezione è un evento che sfugge alla ricerca storica ed è inaccessibile all'analisi scientifica. Agli uomini non resta altro che una tomba vuota, ai cristiani il Santo Sepolcro. Ma se la Resurrezione è un evento umanamente inconcepibile, con massima certezza storica, all'indomani di essa, è esistita una comunità che ha creduto ed ha annunziato la vittoria di Cristo sulla morte.

E si è aggiunta un'altra verità meravigliosa: gli apostoli, i cristiani hanno avvertito la Presenza di Gesù Risorto nella comunità da Lui raccolta. Una Presenza che non aveva più i limiti spaziali e temporali di prima. Una Presenza che assumeva, dopo quell'evento, modalità inedite ed inaspettate. Presenza nella Sua comunità riunita, nello "spezzare il pane", nelle Sue parole che venivano raccolte ed organizzate, nell’opera dei discepoli, nella loro stessa vita.

E' l'esperienza della Chiesa di allora e di oggi, che avverte che GESU' VIVE ED OPERA in mezzo ad essa.

 

Il vostro parroco, don Roberto

 


Quarta  parte del piano – Tempo di Pasqua

 

4. Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo

 

4.1 La tomba vuota

 

Di tutta la vicenda terrena di Gesù, quello della risurrezione è il dato che più di ogni altro sfugge irrimediabilmente alla ricerca storica. Esso, infatti, resta totalmente dentro l’orizzonte della fede, inaccessibile all’analisi scientifica o archeologica. A noi non resta altro che una tomba vuota, il Santo Sepolcro, venerato dai cristiani fin dal momento della morte di Gesù, insieme alla sorprendente fede dei suoi discepoli che, fin dall’inizio, incontrarono e riconobbero vivo il loro Signore. Il vangelo di Giovanni ci riferisce la prima visita dei discepoli al sepolcro vuoto di Gesù, in cui già è contenuto un germe della fede pasquale che avrebbe ben presto illuminato la vita della Chiesa: «Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,3-8).

Che poi il sepolcro di Gesù fosse un luogo di culto già alla fine del primo secolo della nostra era, è confermato dalla decisione dell’imperatore Adriano che, nel 135, lo fece seppellire sotto un terrapieno, costruendovi sopra il tempio Capitolino. Era il modo – così credeva – di cancellare per sempre quella che riteneva una detestabile superstizione.

Le cose, però, andarono diversamente. Meno di due secoli dopo, infatti, nella sua campagna di scavi alla ricerca di tracce della vita di Gesù, la madre dell’imperatore Costantino, sant’Elena, finì per ritrovare quella tomba scavata nella roccia, così come la descrivono i vangeli. La liberò dalla roccia circostante e vi fece costruire sopra la grande Basilica dell’Anastasis, parola greca che significa risurrezione: la chiesa, in gran parte modificata, dove ancora oggi i pellegrini si recano a milioni a Gerusalemme.

Quella tomba vuota, come si è accennato, non è una prova inconfutabile. Fin dall’inizio vi furono molti che cercarono di giustificarla con altre spiegazioni. La più nota di tutte, riferita anche nel vangelo di Giovanni, è l’idea che il corpo di Gesù fosse stato rubato e nascosto da parte dei discepoli, che si sarebbero poi inventati la favola della risurrezione. Un’ipotesi davvero insostenibile: come avrebbero potuto i discepoli inventarsi l’idea di una risurrezione se essi stessi faticarono moltissimo a credervi, fin da quando le donne erano venute a riferire le parole del messaggero incontrato presso la tomba?

Altri hanno ipotizzato la morte apparente di Gesù, risvegliatosi dopo la deposizione dalla croce e fuggito in oriente. Una certa teologia islamica ha addirittura suggerito che a morire sia stato, al suo posto, un sosia: una spiegazione che permetteva di negare una morte troppo infame e scandalosa per un inviato di Dio. Tutte ipotesi evidentemente formulate a posteriori e che, in realtà, non toccano il cuore del problema.

La risurrezione di Gesù dai morti rimane davanti a noi come un evento umanamente inconcepibile ed è legittimo che, di fronte al suo annuncio, anche i nostri contemporanei possano reagire come gli ateniesi di fronte alla predicazione di Paolo: «Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un'altra volta”» (At 17,32).

 

4.2 Una comunità che vive nella fede del Risorto

 

C’è una cosa, tuttavia, che è possibile vedere e verificare con certezza anche storica all’indomani della risurrezione. Ed è l’esistenza di una comunità che crede e annuncia la vittoria di Cristo sulla morte. È una testimonianza tenace e coraggiosa, che arriverà a preferire perfino la morte piuttosto che smentire la propria certezza. Il primo documento scritto di questa fede è contenuto nelle lettere di san Paolo, figura chiave dei primi anni della vita della Chiesa, la cui conversione dall’ebraismo, avvenuta probabilmente intorno all’anno 33, appena tre anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, costituisce una svolta provvidenziale nel cammino della prima comunità cristiana. Paolo scrive così ai Corinzi, intorno al 46 (??), riferendo quella che si presenta indubbiamente come una formula di fede, ripetuta presumibilmente a memoria, e legata proprio alla trasmissione di un’esperienza personalmente vissuta: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,3-5).

Paolo fa riferimento alle apparizioni del Risorto, narrate nei vangeli, e avvenute durante i quaranta giorni che separano la risurrezione di Gesù dalla sua ascensione al cielo. Esperienze tra loro diverse, quelle di Maria Maddalena e delle altre donne, di Pietro e Giovanni, degli altri apostoli, di Tommaso e dei discepoli di Emmaus, ma tutte legate da un’unica, evidente certezza: quella persona che viene “incontrata” e sperimentata come viva, è lo stesso Gesù che avevano conosciuto in precedenza. La sua presenza all’interno della comunità da lui stesso raccolta non ha più i limiti spaziali e temporali di prima. La presenza del Maestro ora permane glorioso attraverso nuove modalità, del tutto inedite e inaspettate. Innanzitutto – come testimoniano particolarmente l’apparizione ai discepoli di Emmaus, ma anche quelle nel cenacolo, avvenute tutte nel giorno del Signore, il primo dopo il sabato –, Gesù è presente nella sua comunità nella celebrazione dell’Eucaristia, ossia nello “spezzare il pane”, il memoriale del suo passaggio dalla morte alla vita nuova della risurrezione. San Paolo è il primo a riferire il modo in cui la Chiesa celebra l’Eucaristia, fedelmente al comando di Gesù, e anche qui si tratta della trasmissione di un’esperienza vissuta personalmente: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (1Cor 11,23-26).

Gesù è inoltre presente nelle sue parole, che cominciano a essere raccolte e organizzate in quelli che diverranno i racconti evangelici.

Soprattutto, i discepoli scoprono, al di là di ogni aspettativa, che Gesù è presente e operante in loro, e non tanto come memoria o come sforzo di essere fedeli ai suoi comandamenti: Gesù vive nella loro stessa vita, e in essa continua a compiere le stesse opere, gli stessi gesti, continua a dire le stesse parole e anche più di quelle, continua a essere colui che rivela il Padre e dona lo Spirito nella vita dei credenti.

È l’esperienza della Chiesa, allora come oggi: Gesù risorto è vivo, è lui il vero albero della vita, piantato al centro della vita di ogni uomo. E, con il battesimo, per la potenza dello Spirito santo, noi torniamo a gustare i frutti di questa vita nuova: in cui è superata per sempre la vertigine del male e della separazione da Dio, dove ci cibiamo dell’obbedienza stessa di Cristo, della sua mitezza, del suo sacrificio incondizionato per testimoniare la verità dell’amore vicendevole, del suo sì senza ombre e senza riserve all’uomo.

Si trattò, fin da subito, di un’esperienza intensissima. E che fu all’origine dell’espansione indubbiamente sorprendente del cristianesimo, che raggiunse, nel giro di pochissimi decenni, gran parte dei territori dell’impero romano e anche oltre. E, in effetti, se la storia di Gesù può esser passata quasi inosservata rispetto alla grande storia del suo tempo, non lo stesso è accaduto per il movimento nato da lui che, molto presto, ha cominciato a essere oggetto di attenzione e anche di persecuzione da parte delle autorità romane. Valga per tutti lo stupore di Plinio il Giovane (61-112 d.C.) che, in una lettera all’imperatore Traiano, durante il suo incarico di governatore della Bitinia, manifesta tutta la sua sorpresa e il suo disappunto per la rapida diffusione del cristianesimo, di cui parla, ovviamente, in modo negativo: «non sono solo le città, ma anche i villaggi e i distretti rurali a essere infetti dal contatto con tale culto sciagurato».

Quel che è certo, è che i discepoli di Gesù hanno compreso immediatamente che l’annuncio della novità del vangelo e la testimonianza della vita nuova inaugurata da Cristo costituisce una dimensione essenziale della vita della comunità cristiana: la Chiesa ha un’identità essenzialmente missionaria, esiste per annunciare e non può esistere che per questo, fedelmente al mandato affidato da Gesù risorto ai discepoli: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20).

 

4.3 Vivere la Pasqua attraverso i tempi

 

La liturgia si incarica ogni anno di restituirci l’esperienza viva del Signore risorto e presente in mezzo a noi, nella celebrazione del Tempo pasquale che, come un unico, grande giorno, va dalla Pasqua di Risurrezione fino alla solennità di Pentecoste. Cinquanta giorni in cui la Chiesa torna a incontrare il Risorto, riascoltando i racconti delle sue apparizioni ai discepoli e ripercorrendo, nella lettura degli Atti degli Apostoli, i primi passi della Chiesa nascente. Cinquanta giorni da vivere e celebrare nell’esultanza e nella gioia come un solo giorno di festa, anzi come «la grande domenica» (Atanasio). Sono i giorni nei quali, in modo del tutto speciale, si canta l’alleluia.

Soprattutto, il tempo pasquale è il tempo liturgico dello Spirito santo e, dunque, anche il tempo ideale ed emblematico della Chiesa. Esso ci ricorda, infatti, la strettissima unità fra Pasqua e Pentecoste: il mistero pasquale comprende anche il dono dello Spirito santo che il Padre dà al suo Figlio come risposta al suo sacrificio, e il Figlio diffonde sulla Chiesa, suo corpo e sua Sposa, come afferma l’apostolo Pietro nel suo discorso il giorno di Pentecoste: «Questo Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire» (At 2,32-33)

Il tempo pasquale, poi, è tempo della Chiesa perché il cammino spirituale che ogni cristiano compie, non da solo ma come appartenente al popolo di Dio, deve necessariamente risentire dell’esortazione di Paolo: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2). Dio che aveva creato tutte le cose per Cristo, ha restaurato la sua opera, sconvolta dal peccato, ricreandola nel Cristo; e il centro di questa nuova creazione, che interessa tutto l’universo, è l’uomo nuovo creato nel Cristo per una vita nuova di giustizia e di santità. La Chiesa, che per mezzo del battesimo è diventata nuova creatura, vive nel tempo pasquale questa sua dimensione esistenziale con una testimonianza di fede che deve necessariamente esprimersi nelle sue opere.

Testo tipicamente pasquale è certamente quello dell’Apocalisse di Giovanni, libro complesso e ricco di simboli, su una parte del quale abbiamo meditato lo scorso anno, e che la Liturgia delle Ore fa leggere proprio nell’Ufficio di Letture del Tempo di Pasqua. Esso, infatti, è un grande affresco che descrive la novità della rivelazione cristiana di fronte al mistero della storia, che dalla vittoria di Cristo è ormai definitivamente giudicata e trasformata: «perché le cose di prima sono passate… Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,4-5).

Infine, come lo stesso libro dell’Apocalisse ci ricorda, il tempo pasquale ci ricorda con forza una dimensione irrinunciabile della nostra fede, e precisamente quell’attesa escatologica che ci proietta verso il giorno del pieno incontro con il Signore Risorto, quando egli verrà nella gloria. Celebrare la Pasqua del Signore significa, infatti, anticipare già la nuova vita della risurrezione, nell’attesa del definitivo compimento in Cristo, e fin d’ora vivere e annunciare la dimensione cosmica e universale del mistero di Cristo, nel quale, come afferma san Paolo, tutto attende di essere alla fine ricapitolato per essere consegnato al Padre.

Sarebbe un Cristo dimezzato il nostro, se non tenesse conto di questo orizzonte più ampio, cui già il Concilio Vaticano II aveva prestato una grande attenzione in vari passaggi dei suoi documenti. Una dimensione che, per altro, può essere una via privilegiata per ripensare anche il nostro rapporto con il creato, inserendo il cammino e la missione della Chiesa nel provvidenziale progetto di Dio per la salvezza del mondo.

Scrive la costituzione conciliare Gaudium et Spes delineando la missione della Chiesa in rapporto al suo Signore Gesù Cristo: «La Chiesa ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza dell'intera umanità. Tutto ciò che di bene il popolo di Dio può offrire all'umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terreno, scaturisce dal fatto che la Chiesa è “l'universale sacramento della salvezza” che svela e insieme realizza il mistero dell'amore di Dio verso l'uomo. Infatti, il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, si è fatto egli stesso carne, per operare, lui, l'uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale. Il Signore è il fine della storia umana, “il punto focale dei desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la gioia d'ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni. Egli è colui che il Padre ha risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra, costituendolo giudice dei vivi e dei morti. Vivificati e radunati nel suo Spirito, come pellegrini andiamo incontro alla finale perfezione della storia umana, che corrisponde in pieno al disegno del suo amore: “Ricapitolare tutte le cose in Cristo, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10). Dice il Signore stesso: “Ecco, io vengo presto, e porto con me il premio, per retribuire ciascuno secondo le opere sue. Io sono l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e il fine” (Ap 22,12-13)» (GS 43).


 

Perché chiamiamo Gesù   Signore

 

Si tratta dell'ultima pagina del vangelo secondo Giovanni (e forse dell'ultima pagina del NT).

Per il titolo più onnicomprensivo e nello stesso tempo familiare ci può aiutare questo racconto pasquale. Il titolo "Signore" è ampio e riassume molti significati: maestro e capo, messia e re, figlio di Dio e profeta. Nel greco della Bibbia traduce il Nome impronunciabile YHWH. Per questo potremmo associare a questo titolo tutte quelle espressioni (e sono molte) che si trovano nel quarto vangelo quando Gesù dice "lo sono...". Ogni volta è come una sfaccettatura della luminosità di Dio che viene irradiata e offerta.

Ma è anche il termine con cui gran parte della gente si rivolge a Gesù: insieme a "Maestro" è il modo più consueto di chiamarlo. Per questo è anche molto familiare. Talvolta è il modo gentile e rispettoso di rivolgersi a una persona importante. E con questo tono lo usa spesso la gente e anche i discepoli. In certi passaggi del vangelo invece allude a qualcosa di più elevato. E questa pagina ne è un esempio.

È un evento pasquale: un'apparizione del risorto. Siamo ormai nella dimensione gloriosa. Si tratta di un' appendice del vangelo. Sono protagonisti Gesù, Pietro e il discepolo amato. In Galilea, sul lago dell'inizio del ministero. Ora di nuovo alla fine, sullo stesso lago. Ancora pescatori, barche, pesci, reti, mare, Gesù. Gesù Signore: più volte: v 7.12.15ss

È l'alba come il primo giorno di Pasqua. Gesù Signore si presenta. E qui già è un mistero. Non lo riconoscono subito: è lui, ma non è quello solito. Infatti è il Risorto: ora è in una condizione nuova. Non più in quella di servo, ma in quella di Signore.

Solo dopo il segno della pesca lo riconoscono: E' il Signore! Il grido di Giovanni non è semplice riconoscimento. È una confessione di fede. Ad essa deve aderire ogni discepolo che si trova nel mare del mondo a sperimentare i propri insuccessi e invece la potenza di Dio che fa cose grandi. n tuffo di Pietro, immediato, spontaneo, è come un'adesione a questa dichiarazione.

Ma l'avvicinarsi non porta all'evidenza della fede. Anche sulla riva rimane il mistero: nessuno domanda, tutti sanno. Gesù Risorto rimane indefinibile e indescrivibile. n suo gesto finale (dare pane e pesce) più che

 

 

la sua divinità ricorda la sua umanità, mentre il comando efficace della pesca aveva rivelato la sua potenza divina.

Poi il dialogo fra Gesù e Pietro chiama di nuovo al rapporto personale con lui: questa volta nell'amore più che nella fede.

Il Signore chiede amore. A Simon Pietro e ad ogni discepolo.

 

Gesù è Signore. Si arroga e si riconosce questo titolo una sola volta: dopo aver lavato i piedi dei discepoli (Gv 13,13). Ma gli altri con frequenza lo chiamano così.

a) Lo chiama così la gente che cerca guarigione. Gesù è il Signore che dà e rinnova la vita, la cambia, la guarisce. Soprattutto in Mt quasi tutte le suppliche portano questa invocazione: Signore. Viene in mente il salmo 23: "il Signore è il mio pastore", come immagine di un Gesù, guida certa, sempre attento ai bisogni degli uomini.

b) Per i discepoli ricordiamo due episodi icona di questo titolo: Gesù che cammina sul mare nella notte dei discepoli (Gv 6) e l'incontro con Tommaso (Gv 20,28: "mio Signore e mio Dio"). Nel primo episodio Gesù domina il mare, vi cammina sopra come YHWH sul Mar Rosso; si dichiara: "Sono lo" ("lo sono" è il Nome del Dio dell'esodo); appena sale sulla barca arrivano (la meta è raggiunga quando Gesù èsulla barca dei discepoli, egli domina la storia). Possiamo leggere anche i racconti paralleli nei sinottici:                             Mt 14,22ss; Mc 6,45ss.    Nel secondo episodio la dichiarazione di Tommaso è una confessione di fede completa e solenne, dopo il passaggio quasi i­nevitabile dell'incredulità: in nessun testo dei vangeli troviamo una definizione così alta della persona di Gesù. Anche per questo Tommaso è tutti noi.

Invocare e confessare Gesù come Signore fa eco a tutte le suppliche degli uomini, malati o disorientati, in ricerca o bisognosi, verso Gesù. In lui si trova forza divina e salvezza completa. Fa eco anche alla fede e alla confidenza dei discepoli che lo hanno conosciuto così, soprattutto dopo la sua Pasqua. Gesù Signore è Gesù Risorto, glorificato e vincitore della morte e del peccato.


 

Le preghiere del mese

PREGHIERE

 


Vi riconosceranno?

Mi chiamate Redentore

e non vi fate redimere.

Mi chiamate Luce

e non mi vedete.

Mi chiamate Via

e non mi seguite.

Mi chiamate Vita

e non mi desiderate.

Mi chiamate Maestro

e non mi credete.

Mi chiamate Sapienza

e non m’interrogate.

Mi chiamate Signore

e non mi servite.

Mi chiamate Onnipotente

e non vi fidate di me.

Se un giorno non vi riconoscono

non vi meravigliate.

         Iscrizione nel Duomo di Lubecca

 

Pazzo d’amore

O Gesù mio crocifisso,

tu sei pazzo d’amore,

e sempre lo dirò.

O Amore,

tu solo penetri e trapassi,

spezzi e leghi, reggi

e governi tutte le cose.

Tu sei cielo e terra, fuoco e aria,

sangue e acqua, sei Dio e uomo.

Se però non trovi dove riposare,

vieni, o Amore, tutto in me;

io ti accoglierò.

Santa Maria Maddalena de’ Pazzi

Dare la vita

Signore Gesù, tu hai dato la vita per me:

io voglio donare la mia a te.

Tu hai detto: “Amore più grande

Non c’è che dare la vita per gli amici”.

Il mio supremo amore sei tu.

Voglio seguirti portando la mia croce.

Signore, vieni in mio aiuto

E guidami nel cammino.

La tua voce, Signore,

ha un’eco profonda nel mio cuore.

Gesù, mio Signore e mio Dio,

voglio diventare in tutto simile a te,

voglio soffrire e morire con te,

per raggiungere con te la gioia della risurrezione.

E sempre la tua voce mi implora

E mi ripete:

“ Ho sete, ho sete d’amore!”

Anch’io voglio ripetere

La tua divina preghiera:

“Ho sete d’amore.

Io ho sete d’amore!”.

Sazia la mia speranza,

accresci in me, o Signore,

il tuo ardore divino.

Ho sete d’amore!

Quale sofferenza, mio Dio

e come è grande!

Come vorrei volare da te!

Il tuo amore, o Gesù,

è il mio solo martirio.

Gesù, fa’ che io muoia d’amore per te!

Santa Teresa di Lisieux


                     Veglia di Preghiera

 

Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi

 

Celebrante «Otto giorni dopo .. venne Gesù»: è il giorno in cui il Risorto si rende presente. L’esperienza della Pasqua si sviluppa nella comunità dei primi credenti in Gesù, ora riconosciuto come il Cristo. Nel nome di Gesù la fede diventa fonte di vita. Dal racconto dell’apparizione del Signore ai discepoli, dopo la sua risurrezione, impariamo a vivere il mistero della Domenica ed a tradurlo nella vita comunitaria ecclesiale e familiare, perché il Signore risorto sia al centro della nostra quotidianità.

 

C. Nel nome del Padre , del Figlio e dello Spirito Santo.     T. Amen

 

Canto ed esposizione Eucaristica

 

Momento di silenzio

 

C. Gesù appare in modo misterioso ai discepoli, che comunicano con stupore la sua visita a Tommaso, il quale tuttavia non crede. Ha bisogno di un incontro speciale, che puntualmente avviene, quando Gesù gli appare, sconvolgendo i suoi dubbi e facendogli esclamare: "Mio Signore e mio Dio".

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

 L1: Sei appena risorto, Signore Gesù, e già colmi i tuoi discepoli di doni preziosi che cambieranno una volta per sempre la loro vita. Tu offri la pace, e non è una pace qualsiasi, una pace a buon mercato, da saldi di fine stagione. Questa pace ha il prezzo del tuo sangue versato dalla croce, del tuo sacrificio, della tua lotta strenua contro il potere del male e del peccato. Tu offri la pace perché ogni uomo possa vivere una condizione nuova, rigenerato nel profondo, guarito dalle antiche ferite, riconciliato con il Padre.

 

L2: Questa pace è il lievito buono che deponi nel terreno dell’umanità perché possa finalmente trasfigurare la faccia della terra, perché scompaiano ogni arroganza e vendetta e uomini e donne apprendano la strada della fraternità, i percorsi della riconciliazione.   Questa pace è opera, Signore Gesù, del tuo Spirito: ed è questo il dono più grande  che tu ci fai giungere perché ci fa ricordare le tue parole, perché ci conduce all’intelligenza della fede, perché agisce nel profondo dei cuori e li trasforma.

 

Tutti : Donaci, o Signore, di saperci fermare un istante ad ascoltare il suono della tua voce. Un istante appena per pensare e gustare che cosa accadrebbe se in ogni famiglia, in ogni comunità, i cuori sempre battessero all’unisono sul ritmo del tuo cuore. Crea in noi, Signore, il silenzio per ascoltare  la tua voce,  penetra nei nostri cuori con la spada della tua Parola,  perché alla luce della tua sapienza,  possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno, testimoniando al mondo che tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Amen

 

Adorazione silenziosa

Canto

 

L3: Le domeniche di Pasqua vogliono aiutarci a capire la presenza di Gesù in mezzo alla sua comunità, la Chiesa, perché essa lo sappia riconoscere vivo e ne continui con Lui la missione nella storia. Il mistero della Chiesa sta tutto in questa presenza viva e attiva di Gesù risorto, e principalmente in quel momento della convocazione in cui facciamo memoria della sua passione e proclamiamo la sua risurrezione.

 

 

L4: Ed è da lì, dalla messa, che ogni settimana, con la forza dello Spirito santo ricevuto, usciamo di chiesa per continuare la sua missione di riconciliazione e di carità: il Padre ha inviato Gesù e Gesù invia ognuno di noi. La comunità  cristiana è raccolta di domenica - è Pasqua, la prima domenica -, e poi la domenica successiva, e lì appare Gesù, coi segni della sua passione, ma ora vivo e glorioso, mostrando loro le mani e il costato.

 

L5: Il Vangelo di Luca ci ricorda che proprio "nello spezzare il pane" i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù vivo; appunto come noi oggi crediamo di  incontrarlo nell'Eucaristia che ogni domenica celebriamo. Il nostro è un riconoscerlo nella fede, fondati sulla promessa che Lui ci ha fatto: ‘Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’

 

L6: Dobbiamo essere uomini di fede, ma non creduloni, perché la nostra fede è fondata su fatti ed esperienze ben concrete. (S) "Beati quelli che pur non avendo visto crederanno". Noi crediamo alla fine ad un corpo risorto, primizia e speranza per un nostro medesimo destino di risurrezione della carne. Ma c'è di più. La messa è il luogo dell'incontro con Cristo vivo, luogo del riconoscimento come Signore, luogo di una assimilazione progressiva a Lui per vivere come Lui da risorti per l'eternità.

 

Pausa di silenzio per l’interiorizzazione

 

Sal 117 (Letto a cori alterni)

Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia.
Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia.
Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.


La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo;

 ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi.

Questo è il giorno fatto dal Signore:
rallegriamoci ed esultiamo in esso.

Dona, Signore, la tua salvezza, dona, Signore, la vittoria!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

Vi benediciamo dalla casa del Signore; Dio, il Signore è nostra luce.

 

 

Canto

 

L7. Se Gesù risorto è con i suoi e si unisce a loro, è per inviarli a continuare nel mondo la sua stessa missione, come suo prolungamento visibile e universale nel tempo e nello spazio. La Chiesa è "il Corpo" di Cristo, cioè lo strumento a Lui congiunto che lo incarna e nel cui nome agisce. E proprio quella sera di Pasqua conferisce alla Chiesa il grande potere di rimettere i peccati. L'autorità viene da Cristo, ma la forza le deriva dallo Spirito santo. La Chiesa non agisce per propria capacità umana, e quindi per prestigio o potere, anche morale; ma la sua fecondità è dallo Spirito Santo che guida la Chiesa con la potenza della verità e della grazia, che fa miracoli e tocca i cuori.

 

L8: Anche oggi l'unico linguaggio ancora percepito come nuovo e trasformante, è la carità. Lo sentono i giovani che formano piccole comunità di comunione fraterna in mezzo ad un mondo giovanile slavato e disperso; lo sentono quei gruppi ecclesiali più vivi che, arricchiti nella comunicazione della fede, divengono poi capaci di apostolato e volontariato generoso. Lo dobbiamo vivere noi in quella carità spicciola di attenzione ai più deboli, sull'esempio di quella comunità primitiva che si prendeva cura dei malati e dei sofferenti.

 

Pausa di silenzio per l’interiorizzazione

 

Preghiere spontanee                   

 

C. Il Cristo vuol dire l'inviato di Dio come unica salvezza, come risposta all'attesa profonda dell'uomo; e Figlio di Dio significa che la vita che ci dà è di una pienezza che va al di là delle nostre stesse aspettative più esigenti, perché è vita da Dio! Allora anche noi oggi rinnoviamo la precisa e commossa professione di fede di Tommaso: "Mio Signore e mio Dio" e usciamo portando questa speranza a tutti i nostri fratelli bisognosi come noi di sicurezza e pienezza di vita.

 

Benedizione

Canto finale


Notizie della nostra Comunità

 

RINNOVAMENTO CARISMATICO DELLO SPIRITO SANTO

Gruppo di Preghiera SACRA FAMIGLIA DI NAZARET


 

 Con la preghiera farete cose grandi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2008 : Anno della

Divina Misericordia

 

Benedetto XVI ha inaugurato il primo Congresso Mondiale sulla Divina Misericordia, presentandola come unica speranza per l'essere umano.

Giovanni Paolo II ha canonizzato nel 2000 la religiosa polacca Faustina Kowalska (1905-1938), che, come ha spiegato il suo successore nella sua meditazione, è diventata “per un misterioso disegno divino messaggera profetica della Divina Misericordia”.

In quell'occasione, il Pontefice polacco ha stabilito che la domenica successiva alla Pasqua venisse celebrata nella Chiesa come Domenica della Divina Misericordia.

La misericordia di Dio, ha detto Benedetto XVI citando Giovanni Paolo II, “è una chiave di lettura privilegiata del suo pontificato”.

 

“Egli voleva che il messaggio dell’amore misericordioso di Dio raggiungesse tutti gli uomini ed esortava i fedeli ad esserne testimoni”, ha sottolineato citando l'omelia pronunciata nel suo ultimo viaggio nella terra natale, a Cracovia, il 18 agosto 2002.

“Il servo di Dio Giovanni Paolo II aveva conosciuto e vissuto personalmente le immani tragedie del XX secolo, e per molto tempo si domandò che cosa potesse arginare la marea del male”, ha spiegato.

“La risposta non poteva trovarsi che nell’amore di Dio. Solo la Divina Misericordia è infatti in grado di porre un limite al male; solo l’amore onnipotente di Dio può sconfiggere la prepotenza dei malvagi e il potere distruttivo dell’egoismo e dell’odio”.

“Per questo, durante l’ultima visita in Polonia, tornando nella sua terra natale ebbe a dire: 'Non c’è altra fonte di speranza per l’uomo che la misericordia di Dio'”, ha concluso.

La prima sessione del Congresso ha avuto luogo nella Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del Vescovo di Roma.

Il programma prevede non solo conferenze e incontri liturgici e di preghiera, ma anche attività di evangelizzazione, in particolare una missione per le vie di Roma, che includerà l'adorazione in alcune chiese e la disponibilità a che le persone possano ricevere il sacramento della Riconciliazione.

 

 

Rubrica a cura della

Sig.ra Amalia Bonciani



Notizie della nostra Comunità

 

Circolo Parrocchiale Giovanni Paolo II

                            Centro culturale sportivo ricreativo

 

Festa annuale del Circolo

 

Anche quest’anno il Circolo Parrocchiale Giovanni Paolo II, nella ricorrenza della Divina Misericordia, ha cercato di riunire i suoi soci per celebrare la intitolazione al Papa che ha istituito, nella domenica dopo Pasqua, questa festa, che per questo motivo è stata assunta a festa annuale del Circolo. Venerdì sera, 28 marzo, alle ore 21.00 alla cappella della Visitazione, c’è stata la recita della coroncina della Divina Misericordia, con la successiva possibilità di confessioni in vista dell’indulgenza concessa, dal nostro amato Giovanni Paolo II nella domenica in Albis. Ringraziamo don Isio di Gaviserri, per la sua presenza e disponibilità, che ci ha dimostrato intervenendo come l’anno passato in questa occasione. La domenica mattina si è aperta con la partecipazione alla Santa Messa delle 11.30, a cui erano presenti anche la banda Musicale di Castel San Niccolò ed il coro Parrocchiale. Don Roberto ha ricordato, nella sua omelia, come è nata questa festa è l’importanza dell’affidamento alla Misericordia del Signore, che sulla Santa Croce ha espresso il dono totale di sé.  Nella sede del circolo siamo arrivati per il pranzo sociale: colgo l’occasione per i volontari che si sono resi disponibili per il servizio a tutta la giornata, che quindi per loro è stata una festa nella fatica. Fra l’altro, per molti di questi volontari, la fatica si era fatta sentire anche nella settimana precedente per i lavori agli arredi interni e all’impianto di videoproiezione. Dopo il pranzo momento di relax per arrivare al pomeriggio con giochi per grandi e piccini e l’esibizione della Banda Musicale; il coro ha animato una simpatica improvvisazione guidata da Emiliana, che ringraziamo per la disponibilità sempre offerta con entusiasmo e gioia. Durante il pomeriggio sono stati inaugurati il nuovo grande sipario, l’impianto di videoproiezione; a presto il nuovo pavimento in legno del palcoscenico. Ringrazio tutti quelli che, a vario titolo, hanno collaborato e partecipato, comprese le autorità che sono state presenti: il sindaco ed un rappresentante della Stazione dei Carabinieri di Castel San Niccolò.


Notizie della nostra Comunità

 

Circolo Parrocchiale Giovanni Paolo II

                            Centro culturale sportivo ricreativo

 

Venerdì 04 aprile ha avuto inizio il Convegno sulla Nutrizione Giovanile organizzato dal Circolo Parrocchiale Giovanni Paolo II in collaborazione col l’Istituto Comprensivo “G. Sanarelli” di Stia. L’attività che svolge la nostra associazione nel campo della formazione culturale sportiva e ricreativa dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti, vuole abbracciare a 360 gradi tutti i settori che coinvolgono le famiglie nell’arduo compito educativo. Un particolare interesse ha assunto l’aspetto nutrizionale, soprattutto legato ai nuovi ritmi delle famiglie, che difficilmente vedono al proprio interno, la figura di un genitore che si dedica principalmente alla nutrizione. Pastine, snack, piatti veloci e quant’altro hanno modificato inesorabilmente la dieta alimentare di ognuno di noi. Da queste considerazioni si è sviluppata l’idea di questo convegno; il progetto invece nasce dalla collaborazione con il personale del Servizio Sanitario Regionale il quale è responsabile tecnico-medico del corso. Ringrazio, per la stima che ci hanno dimostrato, tutti i medici della Unità Operativa Igiene degli alimenti e Nutrizione, in particolar modo il Dott. Renzo Paradisi. Durante il corso ci saranno:

Attivazione di corsi di approfondimento nutrizionale a piccoli gruppi (max. 20 persone) per attivare percorsi di interazione e formazione individuale.

Attivazione di corsi pratici di cucina ipocalorica a piccoli gruppi (max. 20 persone) per sperimentare fattivamente nella cucina del Circolo, le nozioni apprese.

Il progetto è stato rivolto principalmente ai genitori di bambini di scuola materna elementare e media, oltre che a tutti quelli che possono essere interessati ad argomenti su questo tema. Da qui l’idea della collaborazione con l’Istituto Comprensivo “G. Sanarelli” di Stia, che in seno al suo consiglio di Istituto, ha accolto, insieme al dirigente, con entusiasmo questa iniziativa. Ringrazio per questo la Prof.ssa Graziella Bruni per la disponibilità che ci ha dimostrato. Spero che questo sia l’inizio di una lunga collaborazione.

 


Notizie dal Casentino

 

 

Rubrica VIVERE IN CASENTINO

A cura del direttore Silvia PECORINI

 

IL PAPILLOMA VIRUS

 

L’HPV, papilloma virus umano, è all’origine del tumore del collo dell’utero, una patologia che in Italia colpisce ogni anno 3.700 donne. Nel marzo 2007 è stato autorizzato in Italia l’uso di un vaccino anti papilloma – virus chiamato Gardasil. E’ un vaccino contro quattro tipi di virus HPV. Due sono tra i responsabili del tumore del collo dell’utero, gli altri due sono responsabili dei condilomi genitali. Da novembre 2007 in Italia è autorizzato l’uso anche di un secondo vaccino, chiamato Cervarix. Il Cervarix è efficace solo contro i due tipi di HPV responsabili del tumore del collo dell’utero. Oggi l'arma migliore per contrastare questo tumore è il Pap Test (noto come "striscio"), un esame semplice e innocuo, che permette di identificare la presenza di lesioni anche piccolissime e di curarle tempestivamente prima che si trasformino in tumore.

In Casentino esiste una programmazione molto efficiente di screening gratuiti organizzati per fasce di età e relative alla prevenzione del tumore alla mammella, della cervice uterina e del colon retto. Lo screening per il tumore alla mammella è rivolto alle donne di età compresa tra i 50 ed i 69 anni e prevede l’effettuazione della mammografia ogni due anni; quello per la cervice uterina si rivolge alla popolazione femminile dai 25 ai 64 anni e prevede l’effettuazione del paptest ogni tre anni; quello per il colon retto per la popolazione maschile e femminile di età compresa tra i 50 ed i 70 anni mediante ricerca del sangue occulto nelle feci.

Per saperne di più sull’HPV, il vaccino ed i suoi effetti abbiamo rivolto alcune domande ai dottori Franco Lelli, Primario di Ostetricia e Ginecologia all’ospedale di Bibbiena e Luca Tafi, Pediatra presso l’Unità Operativa di Pediatria di Arezzo, visto che il vaccino verrà reso disponibile in modo gratuito alle ragazze di dodici anni, che si trovano ancora in età cosiddetta “pediatrica”.

Dottor Franco Lelli

         1. Cos’è il papilloma virus o HPV e come si contrae?

         Il “human papilloma virus” è un virus che fa parte del gruppo Papovavirus. Si conoscono          oltre 100 tipi diversi di questo virus che si identificano con un numero, p es. HPV 16, HPV          18 etc. dei quali alcuni possono causare patologie di tipo benigno (condilomi), altri sono          definiti ad alto rischio e sono gli agenti etiologici del cancro della cervice uterina. Questa          infezione si contrae per contatto ed è diffusa a cute e mucose. La via principale, ma non          unica di trasmissione è quella sessuale.

         2. Si può prevenire l’infezione da papilloma virus?

         La modalità di contagio è da contatto con cute o mucose affette dal virus per cui la        prevenzione consiste essenzialmente nel ridurre le possibilità del contatto stesso. Questo     comporta che l'utilizzo del profilattico può non impedire il contagio.

         3. Abbiamo parlato di due vaccini. Come funzionano e sono efficaci?

         I vaccini funzionano inducendo immunogenicità nei confronti di alcuni virus nel soggetto in          cui è inoculato, cioè proteggono l'organismo immunizzato dall'infezione. In particolare i           due  vaccini proteggono contro i due tipi  virus, 16 e 18, responsabili del 70-75% dei tumori          maligni del collo dell'utero, in più uno dei due protegge anche verso i virus 6 e 11 responsabili del maggioranza delle infezioni condilomatose.

         4. Chi deve fare il vaccino?

         Il vaccino può essere effettuato a tutte le donne tra 12 e 26 anni che non siano già venute a          contatto con questi tipi di virus in quanto il vaccino è preventivo e non curativo.

         5. Quanto dura l’efficacia del vaccino?

         Gli studi attuali riconoscono una validità di protezione sino a 5 anni. Avremo ulteriori      informazioni sulla durata della protezione nel corso degli anni futuri.

Dottor Luca Tafi,

         6. Come si fa il vaccino?

la vaccinazione richiede la somministrazione di 3 dosi (a 0, 2 e 6 mesi) mediante iniezione intramuscolare nella regione deltoidea del braccio  o sulla faccia anterolaterale della coscia

7. È sicuro questo vaccino?

Il vaccino è sicuro se si rispettano alcune regole: non va somministrato in caso di allergia nota ai componenti del vaccino, in caso di febbre e/o malattie infettive, evitare la somministrazione in corso di gravidanza

8. E’ obbligatorio? Sarà gratuito?

Non esistono più vaccinazioni obbligatorie, ma solo consigliate. Il vaccino per l'HPV per le ragazze 12enni sarà gratuito.

9. Per fare il vaccino quale procedure si devono seguire ( es. richieste particolari del  medico curante ecc)?

         Le ragazze nate nel 1996 e 1997 riceveranno a casa propria l'invito da parte dell'Ufficio   vaccinazioni, come per le vaccinazioni Difterite-tetano-pertosse, antipolio ecc. Il resto della popolazione, per adesso, se vorrà vaccinarsi, dovrà provvedere ad acquistare il vaccino e a trovare chi glielo somministri.

Fonte la Società della Salute del Casentino


Attualità

 

E' morta Chiara Lubich, fondatrice dei focolarini

 

È morta Chiara Lubich, fondatrice e presidente del movimento dei Focolari, all’età di 88 anni, al centro Mariapoli, a Rocca di Papa, vicino a Roma.

Chiara Lubich è una delle figure più rappresentative del dialogo interreligioso e interculturale. Grande amica di Giovanni Paolo II e anche dell’attuale Papa, Benedetto XVI, ha avuto l’intuizione di fondare uno tra i movimenti più innovativi del mondo ecclesiastico, presente oggi in 87 nazioni con 780 comunità sparse in tutto il mondo: 140mila membri attivi e oltre 2 milioni di aderenti alla spiritualità del Movimento. Unità, pace e dialogo tra popoli e culture: questi i tre pilastri dei Focolari.

Chiara Lubich (il suo nome di battesimo è Silvia) nasce a Trento, nel 1920, da una famiglia di tipografi. Suo padre perse il lavoro a causa delle sue idee socialiste e così tutta la famiglia visse anni di estrema povertà. Per mantenersi e pagarsi le spese universitarie (si iscrisse a filosofia a Venezia), sin da giovanissima, diede lezioni private e agli inizi degli anni ’40 insegnò nelle scuole elementari nella città natale. Durante la Seconda Guerra mondiale, Silvia scelse "Dio Amore" come proprio motto di vita. Condivise questa idea con un piccolo gruppo di compagne, che come lei si erano formate nell’Azione Cattolica. Il 7 dicembre 1943, sola in una cappella, fece a Dio la promessa di donarsi a lui per sempre, e scelse di cambiare il suo nome in quello di Chiara, in onore della santa di Assisi. Questa data è considerata l’inizio del Movimento dei Focolari.

La sua casa fu distrutta dal violentissimo bombardamento che colpì duramente Trento il 13 maggio 1944. Al parlamento italiano, nel 1948, incontrò lo scrittore, giornalista e deputato democristiano Igino Giordani, da lei poi ribattezzato ’Focò, ritenuto cofondatore del movimento per il suo contributo all’incarnazione nel sociale della spiritualità dell’unità. Dopo i tragici fatti della rivoluzione ungherese del 1956, raccolse l’appello di Papa Pio XII, che chiedeva che il nome di Dio ritornasse «nelle piazze, nelle case, nelle fabbriche, nelle scuole», facendo nascere i volontari di Dio, persone adulte impegnate nei più diversi campi con l’intenzione di riportare Dio nella società. Nel 1962, Papa Giovanni XXIII diede la prima approvazione al movimento; tuttavia gli statuti vennero approvati solo nel 1990 da Giovanni Paolo II. Nel 1964 Chiara Lubich fondò la cittadella di Loppiano nelle colline del Valdarno, prima di una serie di cittadelle in vari paesi del mondo, dove l’obiettivo è vivere la spiritualità dell’unità a tempo pieno in tutti gli aspetti della vita. Nel 1966 diede vita al Movimento Gen (Generazione Nuova), rivolto ai giovani. Nel 1991 visitò il Brasile e, colpita dalla miseria delle favelas, lanciò l’Economia di Comunione, prospettando una nuova teoria e prassi economica basata anche su una diversa distribuzione degli utili (un terzo per lo sviluppo dell’azienda, un terzo ai poveri, un terzo alla formazione dei membri del movimento) e aggregando in breve tempo un migliaio di aziende. Dal 1997 al 1998 si dedicò ad aprire nuove prospettive per il dialogo interreligioso. Nel 1981 fu la prima donna cristiana ad esporre la propria testimonianza in un tempio a Tokyo di fronte a 10.000 buddisti, e nel 1997 in Thailandia a monache e monaci buddisti. Qualche mese dopo, nella storica Moschea `Malcolm X` di Harlem a New York, parlò di fronte a 3.000 musulmani afro-americani ed in Argentina alla comunità ebraica di Buenos Aires. Nel 2001 infine, va in India: si apre una nuova pagina nel dialogo del Movimento con il mondo indù. La pacifica rivoluzione evangelica che ha il via da Trento suscita l`interesse anche di persone senza una fede religiosa. Con il mondo laico si svilupperà un dialogo sulla base dei grandi valori umani come solidarietà, fraternità, giustizia, pace e unità tra singoli, gruppi e popoli. Un impegno quello di Chiara Lubich, che va oltre l’aspetto religioso, ma intacca anche quello civile e politico. Nel 1997 viene invitata a parlare dell’unità dei popoli ad un Simposio al Palazzo di Vetro dell’Onu; un anno dopo interviene a Berna alla celebrazione per il 150esimo della Costituzione Svizzera. Sempre nel 1998, a Strasburgo, la Lubich presenta l’impegno sociale e politico del Movimento ad un gruppo di deputati del parlamento Europeo e l’anno successivo interviene alla Conferenza per il 50esimo del Consiglio d’Europa su «Società di mercato, democrazia, cittadinanza e solidarietà», presentando l’esperienza dell’Economia di Comunione.

 

 


Approfondimenti

 

La Santa Sede invita a valorizzare il

lavoro delle donne in casa

 

L'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente, è intervenuto alla 52ª sessione della Commissione sullo Status delle Donne del Consiglio Economico e Sociale sulla questione dell'uguaglianza nel trattamento dei generi e del rafforzamento delle donne denunciando come "l'enorme contributo delle donne alla società nella famiglia come mogli e madri" spesso non venga "riconosciuto e ricompensato".

"Le donne affrontano la sfida di crescere i figli e contemporaneamente di cercare di raggiungere la sicurezza economica", lamenta.

Per questo motivo, ha osservato, servono "maggiori risorse e politiche più coraggiose per ricompensare il contributo socio-economico delle donne in casa".

Secondo l'Osservatore Permanente, un compenso aiuterebbe soprattutto "le donne povere e quelle che hanno meno possibilità di entrare nel mondo del lavoro", e sarebbe anche "un modo concreto di far sì che le donne possano beneficiare della spesa pubblica della quale spesso e in molti luoghi non ricevono la loro giusta parte, o dalla quale sono perfino escluse".

L'ultimo decennio, ha visto un maggiore coinvolgimento delle donne in tanti settori. "Il rafforzamento delle donne richiede la loro partecipazione al processo decisionale per assicurare che i loro punti di vista specifici vengano ascoltati e presi in considerazione, le loro preoccupazioni adeguatamente affrontate e che queste preoccupazioni siano riflesse nelle decisioni prese e nei programmi adottati".

 


Approfondimenti

Cercasi esorcista       di Andrea Tornielli

Si cercano esperti contro Belzebù. I vescovi del Triveneto, di fronte alle crescenti richieste, reclutano esorcisti e medici esperti per aiutare i fedeli che si sentono vittime del Maligno.

La notizia, conferma la tendenza che si è manifestata negli ultimi anni: sono sempre di più le persone che di fronte alla malattia, agli affari che vanno male, alle delusioni amorose si sentono vittime di malocchi e fatture. Così i vescovi del Triveneto hanno discusso la cosa e hanno deciso di affiancare stabilmente ai sacerdoti anche psicologi e medici, per meglio aiutare chi si rivolge alla Chiesa. Sacerdoti ed esperti, si legge nel comunicato finale della riunione, dovranno essere «sempre più preparati ad affrontare le richieste di aiuto, sia nella fase di ascolto e di discernimento dei singoli casi per definire la vera natura del disagio, sia in quella dell’intervento di cura e, ove necessario, di esorcismo». La realtà del Nordest non è diversa, quanto all’azione vera o presunta di Satana, dalle altre regioni italiane. «C’è un numero crescente di richieste di esorcismi - conferma al Giornale padre Giancarlo Gramolazzo, presidente dell’Associazione internazionale degli esorcisti - e purtroppo i mass media fanno apparire il diavolo come una figura diversa da ciò che realmente è». La mancanza di fede autentica fa crescere la superstizione, «tanti tendono a de-responsabilizzarsi - spiega l’esorcista - non sanno affrontare la sofferenza e attribuiscono ogni disturbo fisico o spirituale all’azione del demonio». Dal punto di vista statistico, spiega padre Gramolazzo, che esercita come esorcista dal 1973 nella diocesi di Roma, «su 100 persone che si rivolgono a noi, soltanto quattro o cinque sono vittime di autentiche possessioni diaboliche. Altre dieci o venti circa sono colpite da vessazioni - come nel caso di Padre Pio - ma non sono possedute. Tutte le altre, cioè il 75-80 per cento, sono persone influenzate negativamente, che hanno bisogno d’aiuto».

L’esorcista le ascolta e cerca con i dovuti modi di indirizzarle dal medico. «Non è sempre facile - aggiunge Gramolazzo - perché alcuni sono convinti di essere indemoniati pur senza esserlo e girano da un esorcista all’altro per trovare chi glielo confermi». La necessità dell’aiuto di medici e psicologi nei casi che non hanno origine direttamente satanica non deve però far abbassare la guardia. Ne è convinto padre Gabriele Amorth, il più famoso esorcista italiano. «C’è sempre maggiore richiesta di esorcismi - confida - perché c’è sempre più gente che frequenta maghi, fattucchiere o che entra in contatto con le sette sataniche. Servono esorcisti “pratici”, con esperienza. Purtroppo di recente a Torino l’arcivescovo ha nominato quattro esorcisti “novelli” mettendo a riposo quelli che avevano una lunga esperienza. Non essendoci una scuola, l’unico modo per imparare è quello di frequentare chi pratica da tempo gli esorcismi. Temo che il fenomeno continui ad essere sottovalutato».

Il principe delle tenebre, la cui grande vittoria qualche decennio fa era stata quella di far credere che non esisteva, oggi fa credere di essere presente solo nelle eclatanti e oscure manifestazioni di possessione. In entrambi i casi, si dimentica che le sue tentazioni sono quotidiane e riguardano tutti.

 

 

Benedetto XVI: la speranza,

“anima dell'educazione”

 

Lettera del Papa alla diocesi e alla città di Roma sulla questione educativa

 

L'“anima dell'educazione” è la speranza, afferma Benedetto XVI nella Lettera che ha indirizzato alla diocesi e alla città di Roma sul difficile compito educativo.

Il Papa riconosce che educare “non è mai stato facile, e oggi sembra diventare sempre più difficile”.

Per questo si parla di una grande “emergenza educativa”, “confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita”.

In questa situazione, “viene spontaneo” dare la colpa alle nuove generazioni, “come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel passato”.

 

 

“Si parla inoltre di una 'frattura fra le generazioni’, che certamente esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata trasmissione di certezze e di valori”.

Di fronte al difficile compito educativo, ha osservato il Pontefice, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori è forte “la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata”.

“Non temete!”, ha detto il Papa. “Tutte queste difficoltà, infatti, non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente l'accompagna”.

Se in campo tecnico o economico i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, “nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni”.

“Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale”.

Chi crede in Cristo, ha aggiunto, ha “un ulteriore e più forte motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene”.

“L'anima dell'educazione, come dell'intera vita”, quindi, per il Papa “può essere solo una speranza affidabile”.

Al giorno d'oggi, constata il Papa, “la nostra speranza è insidiata da molte parti”, ed è proprio qui che nasce “la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita".

 

 

Di fronte a questo, il Papa ha invitato a “porre in Dio la nostra speranza”.

 

“Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze subite”.

“La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore”.

Una vera educazione, ha proseguito il Papa, ha bisogno anzitutto “di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore”.

Ogni vero educatore, ha infatti spiegato, “sa che per educare deve donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore”.

Il punto “forse più delicato” dell'opera educativa, secondo Benedetto XVI, è “trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina”.

“Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro”.

Il rapporto educativo, tuttavia, è “anzitutto l'incontro di due libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà”.

“L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene – ha concluso –: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di mettersi in sintonia con la sua missione”.

 


Varie

 

Il racconto della conversione di Magdi Allam

 

La notte di Pasqua, nella basilica di S. Pietro, il battesimo del famoso giornalista del Corriere della Sera, Magdi Allam, conosciuto al pubblico televisivo per le sue innumerevoli apparizioni come esperto di mondo isalmico.

Sentiamo dalle sue stesse parole i motivi di questa conversione eclatante.

 

Mi sono convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia, tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione. Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima e Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: “Cristiano”.

Dunque mi chiamo Magdi Cristiano Allam.

Per me è il giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni, nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del “diverso”, condannato acriticamente quale “nemico”, primeggiano sull’amore e il rispetto del “prossimo” che è sempre e comunque “persona”; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà.

 

 

Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione. La mia conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero.

Mi sono chiesto come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente per un “islam moderato”, assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale.

Parallelamente la Provvidenza mi ha fatto incontrare delle persone cattoliche praticanti di buona volontà che, in virtù della loro testimonianza e della loro amicizia, sono diventate man mano un punto di riferimento sul piano della certezza della verità e della solidità dei valori.

Mi si chiede se io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per apostasia. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio, ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al cristianesimo.

 

Sua Santità ha lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare proselitismo nei paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei convertiti nei paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei paesi islamici. Ebbene oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.

Dal canto mio dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei “casi” che evocano la mano discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre 2003 si intitolava “Le nuove catacombe degli islamici convertiti”. Era un’inchiesta su alcuni neo-cristiani in Italia che denunciano la loro profonda solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, la culla del cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa, come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora soggiogati dalla paura. Buona Pasqua a tutti.

Cari amici, andiamo avanti sulla via della verità, della vita e della libertà con i miei migliori auguri di successo e di ogni bene.

 


Varie

 

"Ha avuto qualità soprannaturali".

 

Benedetto XVI si riferisce così al suo predecessore Giovanni Paolo II, di cui è in corso il processo di beatificazione. Papa Ratzinger, durante la messa solenne in piazza San Pietro in ricordo del terzo anniversario della morte di Wojtyla, ha ricordato che "tra le tante qualità umane e soprannaturali, Wojtyla aveva anche quella di un'eccezionale sensibilità spirituale e umanistica".

Durante la celebrazione in piazza San Pietro, alla presenza di moltissimi cardinali e vescovi e di migliaia di fedeli, Ratzinger ha affermato che il pontificato di Wojtyla, "nel suo insieme e in tanti momenti specifici, ci appare infatti come un segno e una testimonianza della Risurrezione di Cristo".