Parrocchia di San Martino a Vado
Strada in Casentino

Bimestrale di Formazione ed Informazione della Comunità di Strada in Casentino

Anno
V - N. 29 Marzo -
Aprile 2008
Voi chi dite ce io sia?
Numero speciale sul piano pastorale diocesano
2007/2008
Terzo ed ultimo numero
SOMMARIO
q Editoriale pag.
3 Testimoni di Cristo
q Il piano 2007/2008 pag. 4 Quarta parte
q Il piano 2007/2008 pag. 10 Gesù
e Signore
q Le preghiere del mese pag.
12 Preghiere
q Veglia di preghiera pag.
13 …anch’io mando voi
q Notizie della nostra comunità pag.
17 Rinnovamento Carismatico
pag.
18 Circolo Parrocchiale
q Notizie dal Casentino pag. 20 Rubrica del Direttore
q Attualità pag. 22 Chiara
Lubich
q Approfondimenti pag. 24 Donne e lavoro di casa
pag. 25 Cercasi Esorcista
pag. 26 Speranza ed educazione
q Varie pag. 29 Magdì
Allam
pag. 32 Giovanni Paolo II
Il giornalino può essere scaricato su internet
all’indirizzo www.parrocchiastrada.net
EDITORE: Giancarlo BRESCIANI (Resp. Leg.
Parrocchia San Martino a Vado) DIRETTORE RESPONSABILE: Silvia PECORINI REDAZIONE: Piazza Piave n° 17/A - Strada in
Casentino (AR) Autorizzazione
Tribunale di Arezzo n° 3 del 23/02/2005
Editoriale
“Testimoni
di Cristo”
Gli
apostoli han vissuto un'esperienza unica nel loro genere: han vissuto a fianco
del loro Maestro, l'hanno visto soffrire e morire in Crece e poi l'hanno
incontrato e riconosciuto vivo con i segni della passione sul Suo corpo.
Un'esperienza
che è stata determinante per la loro fede ed anche per la fede delle
generazioni che si sono succedute nella storia cristiana. Essi dopo le
apparizioni sono divenuti I TESTIMONI DEL CRISTO RISORTO. E per questo annuncio
e testimonianza hanno dato anche la vita.
E si è
aggiunta un'altra verità meravigliosa: gli apostoli, i cristiani hanno
avvertito
E'
l'esperienza della Chiesa di allora e di oggi, che avverte che GESU' VIVE ED
OPERA in mezzo ad essa.
Il vostro parroco, don Roberto
Quarta parte del piano – Tempo di Pasqua
4.
Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo
4.1
La tomba vuota
Di tutta la vicenda terrena di Gesù,
quello della risurrezione è il dato che più di ogni altro sfugge
irrimediabilmente alla ricerca storica. Esso, infatti, resta totalmente dentro l’orizzonte della fede,
inaccessibile all’analisi scientifica o archeologica. A noi non resta altro che una tomba vuota, il Santo Sepolcro,
venerato dai cristiani fin dal momento della morte di Gesù, insieme alla sorprendente fede dei suoi discepoli che,
fin dall’inizio, incontrarono e riconobbero vivo il loro Signore. Il
vangelo di Giovanni ci riferisce la prima visita dei discepoli al sepolcro
vuoto di Gesù, in cui già è contenuto un germe della fede pasquale che avrebbe
ben presto illuminato la vita della Chiesa: «Uscì allora Simon Pietro insieme
all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo
corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le
bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva
ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era
stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l'altro discepolo,
che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,3-8).
Che poi il sepolcro di Gesù fosse un luogo di culto già alla fine del primo
secolo della nostra era, è confermato dalla decisione dell’imperatore
Adriano che, nel 135, lo fece seppellire sotto un terrapieno, costruendovi
sopra il tempio Capitolino. Era il modo – così credeva – di cancellare per
sempre quella che riteneva una detestabile superstizione.
Le cose, però,
andarono diversamente. Meno di due secoli dopo, infatti, nella sua campagna di
scavi alla ricerca di tracce della vita di Gesù, la madre dell’imperatore Costantino, sant’Elena, finì per ritrovare
quella tomba scavata nella roccia, così come la descrivono i vangeli. La
liberò dalla roccia circostante e vi fece costruire sopra la grande Basilica
dell’Anastasis, parola greca che
significa risurrezione: la chiesa, in gran parte modificata, dove ancora oggi i
pellegrini si recano a milioni a Gerusalemme.
Quella tomba vuota, come si è accennato,
non è una prova inconfutabile. Fin dall’inizio vi furono molti che cercarono di giustificarla
con altre spiegazioni. La più nota di tutte, riferita anche nel vangelo di
Giovanni, è l’idea che il corpo di Gesù fosse stato rubato e nascosto da parte
dei discepoli, che si sarebbero poi inventati la favola della risurrezione.
Un’ipotesi davvero insostenibile: come
avrebbero potuto i discepoli inventarsi l’idea di una risurrezione se essi
stessi faticarono moltissimo a credervi, fin da quando le donne erano venute a
riferire le parole del messaggero incontrato presso la tomba?
Altri hanno
ipotizzato la morte apparente di Gesù, risvegliatosi dopo la deposizione dalla
croce e fuggito in oriente. Una certa teologia islamica ha addirittura
suggerito che a morire sia stato, al suo posto, un sosia: una spiegazione che
permetteva di negare una morte troppo infame e scandalosa per un inviato di
Dio. Tutte ipotesi evidentemente
formulate a posteriori e che, in realtà, non toccano il cuore del problema.
La risurrezione
di Gesù dai morti rimane davanti a noi come un evento umanamente inconcepibile
ed è legittimo che, di fronte al suo annuncio, anche i nostri contemporanei
possano reagire come gli ateniesi di fronte alla predicazione di Paolo: «Quando sentirono parlare di risurrezione di morti,
alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un'altra volta”» (At 17,32).
4.2
Una comunità che vive nella fede del Risorto
C’è una cosa,
tuttavia, che è possibile vedere e verificare con certezza anche storica
all’indomani della risurrezione. Ed è l’esistenza
di una comunità che crede e annuncia la vittoria di Cristo sulla morte. È
una testimonianza tenace e coraggiosa, che arriverà a preferire perfino la
morte piuttosto che smentire la propria certezza. Il primo documento scritto di questa fede è contenuto nelle lettere di
san Paolo, figura chiave dei primi anni della vita della Chiesa, la cui
conversione dall’ebraismo, avvenuta probabilmente intorno all’anno 33, appena
tre anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, costituisce una svolta provvidenziale
nel cammino della prima comunità cristiana. Paolo scrive così ai Corinzi,
intorno al 46 (??), riferendo quella che si presenta indubbiamente come una formula di fede, ripetuta
presumibilmente a memoria, e legata proprio alla trasmissione di un’esperienza
personalmente vissuta: «Vi ho trasmesso
dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i
nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo
giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,3-5).
Paolo fa riferimento alle apparizioni del
Risorto, narrate nei
vangeli, e avvenute durante i quaranta giorni che separano la risurrezione di
Gesù dalla sua ascensione al cielo. Esperienze tra loro diverse, quelle di
Maria Maddalena e delle altre donne, di Pietro e Giovanni, degli altri
apostoli, di Tommaso e dei discepoli di Emmaus, ma tutte legate da un’unica,
evidente certezza: quella persona che
viene “incontrata” e sperimentata come viva, è lo stesso Gesù che avevano
conosciuto in precedenza. La sua presenza all’interno della comunità da lui
stesso raccolta non ha più i limiti spaziali e temporali di prima. La presenza del Maestro ora permane
glorioso attraverso nuove modalità, del tutto inedite e inaspettate.
Innanzitutto – come testimoniano particolarmente l’apparizione ai discepoli di
Emmaus, ma anche quelle nel cenacolo, avvenute tutte nel giorno del Signore, il
primo dopo il sabato –, Gesù è presente
nella sua comunità nella celebrazione dell’Eucaristia, ossia nello “spezzare il
pane”, il memoriale del suo passaggio dalla morte alla vita nuova della
risurrezione. San Paolo è il primo a riferire il modo in cui
Gesù è inoltre presente nelle sue parole, che cominciano a essere raccolte e organizzate
in quelli che diverranno i racconti evangelici.
Soprattutto, i
discepoli scoprono, al di là di ogni aspettativa, che Gesù è presente e operante in loro, e non tanto come memoria o come
sforzo di essere fedeli ai suoi comandamenti: Gesù vive nella loro stessa
vita, e in essa continua a compiere le stesse opere, gli stessi gesti, continua
a dire le stesse parole e anche più di quelle, continua a essere colui che
rivela il Padre e dona lo Spirito nella vita dei credenti.
È l’esperienza della Chiesa, allora come
oggi: Gesù risorto è vivo, è lui il vero albero della vita, piantato al centro
della vita di ogni uomo. E, con il
battesimo, per la potenza dello Spirito santo, noi torniamo a gustare i frutti
di questa vita nuova: in cui è superata per sempre la vertigine del male e
della separazione da Dio, dove ci cibiamo dell’obbedienza stessa di Cristo,
della sua mitezza, del suo sacrificio incondizionato per testimoniare la verità
dell’amore vicendevole, del suo sì senza ombre e senza riserve all’uomo.
Si trattò, fin da subito, di un’esperienza
intensissima. E che fu all’origine dell’espansione indubbiamente sorprendente
del cristianesimo, che
raggiunse, nel giro di pochissimi decenni, gran parte dei territori dell’impero
romano e anche oltre. E, in effetti, se
la storia di Gesù può esser passata quasi inosservata rispetto alla grande storia
del suo tempo, non lo stesso è accaduto per il movimento nato da lui che,
molto presto, ha cominciato a essere oggetto di attenzione e anche di
persecuzione da parte delle autorità romane. Valga per tutti lo stupore di
Plinio il Giovane (61-112 d.C.) che,
in una lettera all’imperatore Traiano, durante il suo incarico di governatore
della Bitinia, manifesta tutta la sua sorpresa e il suo disappunto per la
rapida diffusione del cristianesimo, di cui parla, ovviamente, in modo
negativo: «non sono solo le città, ma anche i villaggi e i distretti rurali a
essere infetti dal contatto con tale culto sciagurato».
Quel che è
certo, è che i discepoli di Gesù hanno compreso immediatamente che l’annuncio
della novità del vangelo e la testimonianza della vita nuova inaugurata da Cristo
costituisce una dimensione essenziale della vita della comunità cristiana:
4.3
Vivere
La liturgia si incarica ogni
anno di restituirci l’esperienza viva del Signore risorto e presente in mezzo a
noi, nella celebrazione del Tempo
pasquale che, come un unico, grande giorno, va dalla Pasqua di Risurrezione
fino alla solennità di Pentecoste. Cinquanta giorni in cui
Soprattutto, il tempo pasquale è il tempo liturgico dello Spirito santo e,
dunque, anche il tempo ideale ed emblematico della Chiesa. Esso ci ricorda,
infatti, la strettissima unità fra Pasqua
e Pentecoste: il mistero pasquale comprende anche il dono dello Spirito santo che il Padre dà
al suo Figlio come risposta al suo sacrificio, e il Figlio diffonde sulla
Chiesa, suo corpo e sua Sposa, come afferma l’apostolo Pietro nel suo
discorso il giorno di Pentecoste: «Questo
Gesù Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto
alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito santo che egli
aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire» (At 2,32-33)
Il tempo pasquale, poi, è tempo della Chiesa perché il cammino spirituale che ogni cristiano
compie, non da solo ma come appartenente al popolo di Dio, deve necessariamente
risentire dell’esortazione di Paolo: «Se dunque siete risorti con Cristo,
cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio;
pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2). Dio che
aveva creato tutte le cose per Cristo, ha restaurato la sua opera, sconvolta
dal peccato, ricreandola nel Cristo; e il centro di questa nuova creazione, che
interessa tutto l’universo, è l’uomo
nuovo creato nel Cristo per una vita nuova di giustizia e di santità.
Testo tipicamente pasquale è certamente quello
dell’Apocalisse di Giovanni, libro
complesso e ricco di simboli, su una parte del quale abbiamo meditato lo scorso
anno, e che
Infine, come lo stesso libro
dell’Apocalisse ci ricorda, il tempo pasquale ci ricorda con forza una
dimensione irrinunciabile della nostra fede, e precisamente quell’attesa
escatologica che ci proietta verso il giorno del pieno incontro con il Signore
Risorto, quando egli verrà nella gloria. Celebrare
Sarebbe un Cristo dimezzato
il nostro, se non tenesse conto di questo orizzonte più ampio, cui già il
Concilio Vaticano II aveva prestato una grande attenzione in vari passaggi dei
suoi documenti. Una dimensione che, per
altro, può essere una via privilegiata per ripensare anche il nostro rapporto
con il creato, inserendo il cammino e la missione della Chiesa nel provvidenziale
progetto di Dio per la salvezza del mondo.
Scrive la costituzione
conciliare Gaudium et Spes delineando
la missione della Chiesa in rapporto al suo Signore Gesù Cristo: «
Perché
chiamiamo Gesù Signore
Si tratta
dell'ultima pagina del vangelo secondo Giovanni (e forse dell'ultima pagina del
NT).
Per il
titolo più onnicomprensivo e nello stesso tempo familiare ci può aiutare questo
racconto pasquale. Il titolo "Signore" è ampio e riassume molti
significati: maestro e capo, messia e re, figlio di Dio e profeta. Nel greco
della Bibbia traduce il Nome impronunciabile YHWH. Per questo potremmo
associare a questo titolo tutte quelle espressioni (e sono molte) che si
trovano nel quarto vangelo quando Gesù dice "lo sono...". Ogni volta
è come una sfaccettatura della luminosità di Dio che viene irradiata e offerta.
Ma è anche
il termine con cui gran parte della gente si rivolge a Gesù: insieme a
"Maestro" è il modo più consueto di chiamarlo. Per questo è anche
molto familiare. Talvolta è il modo gentile e rispettoso di rivolgersi a una
persona importante. E con questo tono lo usa spesso la gente e anche i discepoli.
In certi passaggi del vangelo invece allude a qualcosa di più elevato. E questa
pagina ne è un esempio.
È un evento
pasquale: un'apparizione del risorto. Siamo ormai nella dimensione gloriosa. Si
tratta di un' appendice del vangelo. Sono protagonisti Gesù, Pietro e il
discepolo amato. In Galilea, sul lago dell'inizio del ministero. Ora di nuovo
alla fine, sullo stesso lago. Ancora pescatori, barche, pesci, reti, mare,
Gesù. Gesù Signore: più volte: v 7.12.15ss
È l'alba
come il primo giorno di Pasqua. Gesù Signore si presenta. E qui già è un
mistero. Non lo riconoscono subito: è lui, ma non è quello solito. Infatti è il
Risorto: ora è in una condizione nuova. Non più in quella di servo, ma in
quella di Signore.
Solo dopo il
segno della pesca lo riconoscono: E' il Signore! Il grido di Giovanni non è
semplice riconoscimento. È una confessione di fede. Ad essa deve aderire ogni
discepolo che si trova nel mare del mondo a sperimentare i propri insuccessi e
invece la potenza di Dio che fa cose grandi. n tuffo di Pietro, immediato,
spontaneo, è come un'adesione a questa dichiarazione.
Ma
l'avvicinarsi non porta all'evidenza della fede. Anche sulla riva rimane il
mistero: nessuno domanda, tutti sanno. Gesù Risorto rimane indefinibile e
indescrivibile. n suo gesto finale (dare pane e pesce) più che
la sua
divinità ricorda la sua umanità, mentre il comando efficace della pesca aveva
rivelato la sua potenza divina.
Poi il
dialogo fra Gesù e Pietro chiama di nuovo al rapporto personale con lui: questa
volta nell'amore più che nella fede.
Il Signore
chiede amore. A Simon Pietro e ad ogni discepolo.
Gesù è Signore. Si arroga e si riconosce questo
titolo una sola volta: dopo aver lavato i piedi dei discepoli (Gv 13,13). Ma
gli altri con frequenza lo chiamano così.
a) Lo chiama così la gente che cerca guarigione. Gesù è il
Signore che dà e rinnova la vita, la cambia, la guarisce. Soprattutto in Mt
quasi tutte le suppliche portano questa invocazione: Signore. Viene in mente il
salmo 23: "il Signore è il mio pastore", come immagine di un Gesù,
guida certa, sempre attento ai bisogni degli uomini.
b) Per i discepoli ricordiamo due
episodi icona di questo titolo: Gesù che cammina sul mare nella notte dei
discepoli (Gv 6) e l'incontro con Tommaso (Gv 20,28: "mio Signore e mio
Dio"). Nel primo episodio Gesù domina il mare, vi cammina sopra come YHWH
sul Mar Rosso; si dichiara: "Sono lo" ("lo sono" è il Nome
del Dio dell'esodo); appena sale sulla barca arrivano (la meta è raggiunga
quando Gesù èsulla barca dei discepoli, egli domina la storia). Possiamo leggere
anche i racconti paralleli nei sinottici: Mt
14,22ss; Mc 6,45ss. Nel secondo
episodio la dichiarazione di Tommaso è una confessione di fede completa e solenne,
dopo il passaggio quasi inevitabile dell'incredulità: in nessun testo dei
vangeli troviamo una definizione così alta della persona di Gesù. Anche per
questo Tommaso è tutti noi.
Invocare e
confessare Gesù come Signore fa eco a tutte le suppliche degli
uomini, malati o disorientati, in ricerca o bisognosi, verso Gesù. In lui si
trova forza divina e salvezza completa. Fa eco anche alla fede e alla
confidenza dei discepoli che lo hanno conosciuto così, soprattutto dopo la sua
Pasqua. Gesù Signore è Gesù Risorto, glorificato e vincitore della morte e del
peccato.
Le preghiere del mese
Vi riconosceranno?
Mi chiamate Redentore
e non vi fate redimere.
Mi chiamate Luce
e non mi vedete.
Mi chiamate Via
e non mi seguite.
Mi chiamate Vita
e non mi desiderate.
Mi chiamate Maestro
e non mi credete.
Mi chiamate Sapienza
e non m’interrogate.
Mi chiamate Signore
e non mi servite.
Mi chiamate Onnipotente
e non vi fidate di me.
Se un giorno non vi
riconoscono
non vi meravigliate.
Iscrizione nel
Duomo di Lubecca
Pazzo d’amoreO Gesù mio crocifisso,
tu sei pazzo d’amore,
e sempre lo dirò.
O Amore,
tu solo penetri e trapassi,
spezzi e leghi, reggi
e governi tutte le cose.
Tu sei cielo e terra, fuoco e
aria,
sangue e acqua, sei Dio e
uomo.
Se però non trovi dove
riposare,
vieni, o Amore, tutto in me;
io ti accoglierò.
Santa
Maria Maddalena de’ Pazzi
Signore Gesù, tu hai dato la
vita per me:
io voglio donare la mia a te.
Tu hai detto: “Amore più
grande
Non
c’è che dare la vita per gli amici”.
Il mio supremo amore sei tu.
Voglio
seguirti portando la mia croce.
Signore, vieni in mio aiuto
E guidami nel cammino.
La tua voce, Signore,
ha un’eco profonda nel mio
cuore.
Gesù, mio Signore e mio Dio,
voglio
diventare in tutto simile a te,
voglio soffrire e morire con
te,
per raggiungere con te la
gioia della risurrezione.
E sempre la tua voce mi implora
E mi ripete:
“ Ho sete, ho sete d’amore!”
Anch’io voglio ripetere
La tua divina preghiera:
“Ho sete d’amore.
Io ho sete d’amore!”.
Sazia la mia speranza,
accresci in me, o Signore,
il tuo ardore divino.
Ho sete d’amore!
Quale sofferenza, mio Dio
e come è grande!
Come vorrei volare da te!
Il tuo amore, o Gesù,
è il mio solo martirio.
Gesù, fa’ che io muoia
d’amore per te!
Santa Teresa di Lisieux
Veglia di Preghiera
Come il Padre ha mandato me, anch'io
mando voi
Celebrante «Otto giorni dopo .. venne Gesù»: è il
giorno in cui il Risorto si rende presente. L’esperienza della Pasqua si
sviluppa nella comunità dei primi credenti in Gesù, ora riconosciuto come il
Cristo. Nel nome di Gesù la fede diventa fonte di vita. Dal racconto
dell’apparizione del Signore ai discepoli, dopo la sua risurrezione, impariamo
a vivere il mistero della Domenica ed a tradurlo nella vita comunitaria
ecclesiale e familiare, perché il Signore risorto sia al centro della nostra
quotidianità.
C. Nel nome del Padre , del Figlio e dello
Spirito Santo. T.
Amen
Momento di silenzio
C. Gesù
appare in modo misterioso ai discepoli, che comunicano con stupore la sua
visita a Tommaso, il quale tuttavia non crede. Ha bisogno di un incontro speciale,
che puntualmente avviene, quando Gesù gli appare, sconvolgendo i suoi dubbi e
facendogli esclamare: "Mio Signore e mio Dio".
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)
La sera di
quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del
luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò
in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il
costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo:
“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto
questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete
i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù.
Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli
disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito
nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche
Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a
voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi
la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma
credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché
mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Molti altri segni fece Gesù in
presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi
sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e
perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
L1: Sei appena risorto, Signore Gesù, e già colmi i tuoi discepoli di doni
preziosi che cambieranno una volta per sempre la loro vita. Tu offri la pace, e
non è una pace qualsiasi, una pace a buon mercato, da saldi di fine stagione.
Questa pace ha il prezzo del tuo sangue versato dalla croce, del tuo
sacrificio, della tua lotta strenua contro il potere del male e del peccato. Tu
offri la pace perché ogni uomo possa vivere una condizione nuova, rigenerato
nel profondo, guarito dalle antiche ferite, riconciliato con il Padre.
L2: Questa pace è il lievito buono che deponi nel terreno
dell’umanità perché possa finalmente trasfigurare la faccia della terra, perché
scompaiano ogni arroganza e vendetta e uomini e donne apprendano la strada
della fraternità, i percorsi della riconciliazione. Questa
pace è opera, Signore Gesù, del tuo Spirito: ed è questo il dono più
grande che tu ci fai giungere perché ci
fa ricordare le tue parole, perché ci conduce all’intelligenza della fede,
perché agisce nel profondo dei cuori e li trasforma.
Tutti : Donaci,
o Signore, di saperci fermare un istante ad ascoltare il suono della tua voce.
Un istante appena per pensare e gustare che cosa accadrebbe se in ogni famiglia,
in ogni comunità, i cuori sempre battessero all’unisono sul ritmo del tuo
cuore. Crea in noi, Signore, il silenzio per ascoltare la tua voce,
penetra nei nostri cuori con la spada della tua Parola, perché alla luce della tua sapienza, possiamo valutare le cose terrene ed eterne,
e diventare liberi e poveri per il tuo regno, testimoniando al mondo che tu sei
vivo in mezzo a noi come fonte
di fraternità, di giustizia e di pace. Amen
Adorazione silenziosa
Canto
L3: Le
domeniche di Pasqua vogliono aiutarci a capire la presenza di Gesù in mezzo
alla sua comunità,
L4: Ed è da
lì, dalla messa, che ogni settimana, con la forza dello Spirito santo ricevuto,
usciamo di chiesa per continuare la sua missione di riconciliazione e di
carità: il Padre ha inviato Gesù e Gesù invia ognuno di noi. La comunità cristiana è raccolta di domenica - è Pasqua,
la prima domenica -, e poi la domenica successiva, e lì appare Gesù, coi segni
della sua passione, ma ora vivo e glorioso, mostrando loro le mani e il
costato.
L5: Il
Vangelo di Luca ci ricorda che proprio "nello
spezzare il pane" i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù vivo; appunto
come noi oggi crediamo di incontrarlo
nell'Eucaristia che ogni domenica celebriamo. Il nostro è un riconoscerlo nella
fede, fondati sulla promessa che Lui ci ha fatto: ‘Ecco, io sono con voi tutti
i giorni, fino alla fine del mondo’
L6: Dobbiamo
essere uomini di fede, ma non creduloni, perché la nostra fede è fondata su
fatti ed esperienze ben concrete. (S) "Beati
quelli che pur non avendo visto crederanno". Noi crediamo alla
fine ad un corpo risorto, primizia e speranza per un nostro medesimo destino di
risurrezione della carne. Ma c'è di più. La messa è il luogo dell'incontro con
Cristo vivo, luogo del riconoscimento come Signore, luogo di una assimilazione
progressiva a Lui per vivere come Lui da risorti per l'eternità.
Pausa di silenzio per l’interiorizzazione
Sal 117 (Letto a cori alterni)
Celebrate il Signore, perché
è buono; perché eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia.
Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia.
Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo;
ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai
nostri occhi.
Questo è il giorno fatto dal Signore:
rallegriamoci ed esultiamo in esso.
Dona, Signore, la tua
salvezza, dona, Signore, la vittoria!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Vi benediciamo dalla casa del
Signore; Dio, il Signore è nostra luce.
Canto
L7. Se Gesù
risorto è con i suoi e si unisce a loro, è per inviarli a continuare nel mondo
la sua stessa missione, come suo prolungamento visibile e universale nel tempo
e nello spazio.
L8: Anche
oggi l'unico linguaggio ancora percepito come nuovo e trasformante, è la carità.
Lo sentono i giovani che formano piccole comunità di comunione fraterna in
mezzo ad un mondo giovanile slavato e disperso; lo sentono quei gruppi
ecclesiali più vivi che, arricchiti nella comunicazione della fede, divengono
poi capaci di apostolato e volontariato generoso. Lo dobbiamo vivere noi in
quella carità spicciola di attenzione ai più deboli, sull'esempio di quella
comunità primitiva che si prendeva cura dei malati e dei sofferenti.
Pausa di silenzio per
l’interiorizzazione
Preghiere spontanee
C. Il Cristo
vuol dire l'inviato di Dio come unica salvezza, come risposta all'attesa profonda
dell'uomo; e Figlio di Dio significa che la vita che ci dà è di una pienezza
che va al di là delle nostre stesse aspettative più esigenti, perché è vita da
Dio! Allora anche noi oggi rinnoviamo la precisa e commossa professione di fede
di Tommaso: "Mio Signore e mio Dio" e usciamo portando questa
speranza a tutti i nostri fratelli bisognosi come noi di sicurezza e pienezza
di vita.
Benedizione
Canto finale
Notizie della nostra Comunità
Con la preghiera farete cose grandi
2008
: Anno della
Divina
Misericordia
Benedetto
XVI ha inaugurato il primo Congresso Mondiale sulla Divina Misericordia, presentandola come unica speranza per
l'essere umano.
Giovanni
Paolo II ha canonizzato nel 2000 la religiosa polacca Faustina Kowalska
(1905-1938), che, come ha spiegato il suo successore nella sua meditazione, è
diventata “per un misterioso disegno divino messaggera profetica della Divina Misericordia”.
In
quell'occasione, il Pontefice polacco ha stabilito che la domenica successiva
alla Pasqua venisse celebrata nella Chiesa come Domenica della Divina Misericordia.
La
misericordia di Dio, ha detto Benedetto XVI citando Giovanni Paolo II, “è una
chiave di lettura privilegiata del suo pontificato”.
“Egli
voleva che il messaggio dell’amore misericordioso di Dio raggiungesse tutti gli
uomini ed esortava i fedeli ad esserne testimoni”, ha sottolineato citando
l'omelia pronunciata nel suo ultimo viaggio nella terra natale, a Cracovia, il
18 agosto 2002.
“Il
servo di Dio Giovanni Paolo II aveva conosciuto e vissuto personalmente le
immani tragedie del XX secolo, e per molto tempo si domandò che cosa potesse
arginare la marea del male”, ha spiegato.
“La
risposta non poteva trovarsi che nell’amore di Dio. Solo
“Per
questo, durante l’ultima visita in Polonia, tornando nella sua terra natale
ebbe a dire: 'Non c’è altra fonte di speranza per l’uomo che la misericordia di
Dio'”, ha concluso.
La
prima sessione del Congresso ha avuto luogo nella Basilica di San Giovanni in
Laterano, cattedrale del Vescovo di Roma.
Il
programma prevede non solo conferenze e incontri liturgici e di preghiera, ma
anche attività di evangelizzazione, in particolare una missione per le vie di
Roma, che includerà l'adorazione in alcune chiese e la disponibilità a che le
persone possano ricevere il sacramento della Riconciliazione.
Rubrica a cura della
Sig.ra Amalia Bonciani
Notizie
della nostra Comunità
Festa annuale del Circolo
Anche quest’anno il Circolo Parrocchiale Giovanni
Paolo II, nella ricorrenza della Divina Misericordia, ha cercato di riunire i
suoi soci per celebrare la intitolazione al Papa che ha istituito, nella
domenica dopo Pasqua, questa festa, che per questo motivo è stata assunta a festa
annuale del Circolo. Venerdì sera, 28 marzo, alle ore 21.00 alla cappella della
Visitazione, c’è stata la recita della coroncina della Divina Misericordia, con
la successiva possibilità di confessioni in vista dell’indulgenza concessa, dal
nostro amato Giovanni Paolo II nella domenica in Albis. Ringraziamo don Isio di
Gaviserri, per la sua presenza e disponibilità, che ci ha dimostrato intervenendo
come l’anno passato in questa occasione. La domenica mattina si è aperta con la
partecipazione alla Santa Messa delle 11.30, a cui erano presenti anche la
banda Musicale di Castel San Niccolò ed il coro Parrocchiale. Don Roberto ha
ricordato, nella sua omelia, come è nata questa festa è l’importanza
dell’affidamento alla Misericordia del Signore, che sulla Santa Croce ha
espresso il dono totale di sé. Nella
sede del circolo siamo arrivati per il pranzo sociale: colgo l’occasione per i
volontari che si sono resi disponibili per il servizio a tutta la giornata, che
quindi per loro è stata una festa nella fatica. Fra l’altro, per molti di
questi volontari, la fatica si era fatta sentire anche nella settimana
precedente per i lavori agli arredi interni e all’impianto di videoproiezione.
Dopo il pranzo momento di relax per arrivare al pomeriggio con giochi per
grandi e piccini e l’esibizione della Banda Musicale; il coro ha animato una
simpatica improvvisazione guidata da Emiliana, che ringraziamo per la
disponibilità sempre offerta con entusiasmo e gioia. Durante il pomeriggio sono
stati inaugurati il nuovo grande sipario, l’impianto di videoproiezione; a
presto il nuovo pavimento in legno del palcoscenico. Ringrazio tutti quelli
che, a vario titolo, hanno collaborato e partecipato, comprese le autorità che
sono state presenti: il sindaco ed un rappresentante della Stazione dei Carabinieri
di Castel San Niccolò.
Notizie
della nostra Comunità
Venerdì
04 aprile ha avuto inizio il Convegno
sulla Nutrizione Giovanile organizzato dal Circolo Parrocchiale
Giovanni Paolo II in collaborazione col l’Istituto Comprensivo “G. Sanarelli”
di Stia. L’attività che svolge la nostra associazione nel campo della formazione
culturale sportiva e ricreativa dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti,
vuole abbracciare a 360 gradi tutti i settori che coinvolgono le famiglie
nell’arduo compito educativo. Un particolare interesse ha assunto l’aspetto
nutrizionale, soprattutto legato ai nuovi ritmi delle famiglie, che
difficilmente vedono al proprio interno, la figura di un genitore che si dedica
principalmente alla nutrizione. Pastine, snack, piatti veloci e quant’altro
hanno modificato inesorabilmente la dieta alimentare di ognuno di noi. Da
queste considerazioni si è sviluppata l’idea di questo convegno; il progetto invece
nasce dalla collaborazione con il personale del Servizio Sanitario Regionale il
quale è responsabile tecnico-medico del corso. Ringrazio, per la stima che ci
hanno dimostrato, tutti i medici della Unità Operativa Igiene degli alimenti e
Nutrizione, in particolar modo il Dott. Renzo Paradisi. Durante il corso ci
saranno:
Attivazione
di corsi di approfondimento nutrizionale a piccoli gruppi (max. 20 persone) per
attivare percorsi di interazione e formazione individuale.
Attivazione
di corsi pratici di cucina ipocalorica a piccoli gruppi (max. 20 persone) per
sperimentare fattivamente nella cucina del Circolo, le nozioni apprese.
Il
progetto è stato rivolto principalmente ai genitori di bambini di scuola
materna elementare e media, oltre che a tutti quelli che possono essere interessati
ad argomenti su questo tema. Da qui l’idea della collaborazione con l’Istituto
Comprensivo “G. Sanarelli” di Stia, che in seno al suo consiglio di Istituto,
ha accolto, insieme al dirigente, con entusiasmo questa iniziativa. Ringrazio
per questo
Notizie dal Casentino
Rubrica VIVERE IN CASENTINO
A
cura del direttore Silvia
PECORINI
IL PAPILLOMA VIRUS
L’HPV, papilloma virus umano, è all’origine del tumore
del collo dell’utero, una patologia che in Italia colpisce ogni anno 3.700
donne. Nel marzo 2007 è stato autorizzato in Italia l’uso di un vaccino anti
papilloma – virus chiamato Gardasil. E’ un vaccino contro quattro tipi di virus
HPV. Due sono tra i responsabili del tumore
del collo dell’utero, gli altri due sono responsabili dei condilomi
genitali. Da novembre
In Casentino esiste una programmazione molto
efficiente di screening gratuiti organizzati per fasce di età e relative alla
prevenzione del tumore alla mammella, della cervice uterina e del colon retto.
Lo screening per il tumore alla mammella è rivolto alle donne di età compresa
tra i 50 ed i 69 anni e prevede l’effettuazione della mammografia ogni due
anni; quello per la cervice uterina si rivolge alla popolazione femminile dai
25 ai 64 anni e prevede l’effettuazione del paptest ogni tre anni; quello per
il colon retto per la popolazione maschile e femminile di età compresa tra i 50
ed i 70 anni mediante ricerca del sangue occulto nelle feci.
Per saperne di più sull’HPV, il vaccino ed i suoi
effetti abbiamo rivolto alcune domande ai dottori Franco Lelli, Primario di
Ostetricia e Ginecologia all’ospedale di Bibbiena e Luca Tafi, Pediatra presso
l’Unità Operativa di Pediatria di Arezzo, visto che il vaccino verrà reso
disponibile in modo gratuito alle ragazze di dodici anni, che si trovano ancora
in età cosiddetta “pediatrica”.
Dottor Franco Lelli
1. Cos’è il papilloma virus o HPV e
come si contrae?
Il
“human papilloma virus” è un virus che fa parte del gruppo Papovavirus. Si
conoscono oltre 100 tipi diversi
di questo virus che si identificano con un numero, p es. HPV 16, HPV 18 etc. dei quali alcuni possono
causare patologie di tipo benigno (condilomi), altri sono definiti ad alto rischio e sono gli
agenti etiologici del cancro della cervice uterina. Questa infezione si contrae per contatto ed è
diffusa a cute e mucose. La via principale, ma non unica di trasmissione è quella sessuale.
2. Si può prevenire l’infezione da
papilloma virus?
La
modalità di contagio è da contatto con cute o mucose affette dal virus per cui
la prevenzione consiste
essenzialmente nel ridurre le possibilità del contatto stesso. Questo comporta che l'utilizzo del profilattico può
non impedire il contagio.
3. Abbiamo parlato di due vaccini. Come funzionano e sono efficaci?
I
vaccini funzionano inducendo immunogenicità nei confronti di alcuni virus nel
soggetto in cui è inoculato, cioè
proteggono l'organismo immunizzato dall'infezione. In particolare i due vaccini proteggono contro i due tipi virus, 16 e 18, responsabili del 70-75% dei
tumori maligni del collo
dell'utero, in più uno dei due protegge anche verso i virus 6 e 11 responsabili del maggioranza delle infezioni
condilomatose.
4. Chi deve fare il vaccino?
Il
vaccino può essere effettuato a tutte le donne tra 12 e 26 anni che non siano
già venute a contatto con questi
tipi di virus in quanto il vaccino è preventivo e non curativo.
5. Quanto dura l’efficacia del vaccino?
Gli
studi attuali riconoscono una validità di protezione sino a 5 anni. Avremo
ulteriori informazioni sulla durata
della protezione nel corso degli anni futuri.
Dottor Luca Tafi,
6. Come si fa il vaccino?
la vaccinazione richiede la
somministrazione di 3 dosi (a 0, 2 e 6 mesi) mediante iniezione intramuscolare
nella regione deltoidea del braccio o
sulla faccia anterolaterale della coscia
7. È sicuro questo
vaccino?
Il vaccino è sicuro se si
rispettano alcune regole: non va somministrato in caso di allergia nota ai
componenti del vaccino, in caso di febbre e/o malattie infettive, evitare la
somministrazione in corso di gravidanza
8. E’ obbligatorio?
Sarà gratuito?
Non esistono più vaccinazioni
obbligatorie, ma solo consigliate. Il vaccino per l'HPV per le ragazze 12enni
sarà gratuito.
9. Per fare il
vaccino quale procedure si devono seguire ( es. richieste particolari del medico curante ecc)?
Le
ragazze nate nel 1996 e 1997 riceveranno a casa propria l'invito da parte
dell'Ufficio vaccinazioni, come per le
vaccinazioni Difterite-tetano-pertosse, antipolio ecc. Il resto della popolazione, per adesso, se vorrà vaccinarsi,
dovrà provvedere ad acquistare il vaccino e a trovare
chi glielo somministri.
Fonte
Attualità
E' morta Chiara Lubich, fondatrice dei focolarini
È
morta Chiara Lubich, fondatrice e presidente del movimento dei Focolari,
all’età di 88 anni, al centro Mariapoli, a Rocca di Papa, vicino a Roma.
Chiara
Lubich è una delle figure più rappresentative del dialogo interreligioso e
interculturale. Grande amica di Giovanni Paolo II e anche dell’attuale Papa, Benedetto
XVI, ha avuto l’intuizione di fondare uno tra i movimenti più innovativi del
mondo ecclesiastico, presente oggi in 87 nazioni con 780 comunità sparse in
tutto il mondo: 140mila membri attivi e oltre 2 milioni di aderenti alla spiritualità
del Movimento. Unità, pace e dialogo tra
popoli e culture: questi i tre pilastri dei Focolari.
Chiara
Lubich (il suo nome di battesimo è Silvia) nasce a Trento, nel 1920, da una
famiglia di tipografi. Suo padre perse il lavoro a causa delle sue idee socialiste
e così tutta la famiglia visse anni di estrema povertà. Per mantenersi e pagarsi
le spese universitarie (si iscrisse a filosofia a Venezia), sin da giovanissima,
diede lezioni private e agli inizi degli anni ’40 insegnò nelle scuole
elementari nella città natale. Durante
La
sua casa fu distrutta dal violentissimo bombardamento che colpì duramente
Trento il 13 maggio 1944. Al parlamento italiano, nel 1948, incontrò lo
scrittore, giornalista e deputato democristiano Igino Giordani, da lei poi
ribattezzato ’Focò, ritenuto cofondatore del movimento per il suo contributo
all’incarnazione nel sociale della spiritualità dell’unità. Dopo i tragici
fatti della rivoluzione ungherese del 1956, raccolse l’appello di Papa Pio XII,
che chiedeva che il nome di Dio ritornasse «nelle piazze, nelle case, nelle
fabbriche, nelle scuole», facendo nascere i volontari di Dio, persone adulte
impegnate nei più diversi campi con l’intenzione di riportare Dio nella
società. Nel 1962, Papa Giovanni XXIII diede la prima approvazione al
movimento; tuttavia gli statuti vennero approvati solo nel 1990 da Giovanni
Paolo II. Nel 1964 Chiara Lubich fondò la cittadella di Loppiano nelle colline
del Valdarno, prima di una serie di cittadelle in vari paesi del mondo, dove
l’obiettivo è vivere la spiritualità dell’unità a tempo pieno in tutti gli
aspetti della vita. Nel 1966 diede vita al Movimento
Gen (Generazione Nuova), rivolto ai giovani. Nel 1991 visitò il Brasile e,
colpita dalla miseria delle favelas, lanciò l’Economia di Comunione,
prospettando una nuova teoria e prassi economica basata anche su una diversa
distribuzione degli utili (un terzo per lo sviluppo dell’azienda, un terzo ai
poveri, un terzo alla formazione dei membri del movimento) e aggregando in breve
tempo un migliaio di aziende. Dal 1997 al 1998 si dedicò ad aprire nuove
prospettive per il dialogo interreligioso. Nel 1981 fu la prima donna cristiana
ad esporre la propria testimonianza in un tempio a Tokyo di fronte a 10.000
buddisti, e nel
Approfondimenti
lavoro
delle donne in casa
L'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore
Permanente, è intervenuto alla 52ª sessione della Commissione sullo Status
delle Donne del Consiglio Economico e Sociale sulla questione dell'uguaglianza
nel trattamento dei generi e del rafforzamento delle donne denunciando come
"l'enorme contributo delle donne alla società nella famiglia come mogli e
madri" spesso non venga "riconosciuto e ricompensato".
"Le donne affrontano la sfida di crescere i figli e contemporaneamente
di cercare di raggiungere la sicurezza economica", lamenta.
Per questo motivo, ha osservato, servono "maggiori risorse e
politiche più coraggiose per ricompensare il contributo socio-economico delle
donne in casa".
Secondo l'Osservatore Permanente, un compenso aiuterebbe soprattutto
"le donne povere e quelle che hanno meno possibilità di entrare nel mondo
del lavoro", e sarebbe anche "un modo concreto di far sì che le donne
possano beneficiare della spesa pubblica della quale spesso e in molti luoghi
non ricevono la loro giusta parte, o dalla quale sono perfino escluse".
L'ultimo decennio, ha visto un maggiore coinvolgimento delle donne
in tanti settori. "Il rafforzamento delle donne richiede la loro partecipazione
al processo decisionale per assicurare che i loro punti di vista specifici
vengano ascoltati e presi in considerazione, le loro preoccupazioni adeguatamente
affrontate e che queste preoccupazioni siano riflesse nelle decisioni prese e
nei programmi adottati".
Approfondimenti
Cercasi esorcista di Andrea Tornielli
Si cercano esperti contro Belzebù. I vescovi del Triveneto,
di fronte alle crescenti richieste, reclutano esorcisti e medici esperti per aiutare
i fedeli che si sentono vittime del Maligno.
La notizia, conferma la tendenza che si è manifestata negli
ultimi anni: sono sempre di più le persone che di fronte alla malattia, agli
affari che vanno male, alle delusioni amorose si sentono vittime di malocchi e
fatture. Così i vescovi del Triveneto hanno discusso la cosa e hanno deciso di
affiancare stabilmente ai sacerdoti anche psicologi e medici, per meglio
aiutare chi si rivolge alla Chiesa. Sacerdoti ed esperti, si legge nel
comunicato finale della riunione, dovranno essere «sempre più preparati ad
affrontare le richieste di aiuto, sia nella fase di ascolto e di discernimento
dei singoli casi per definire la vera natura del disagio, sia in quella
dell’intervento di cura e, ove necessario, di esorcismo». La realtà del Nordest
non è diversa, quanto all’azione vera o presunta di Satana, dalle altre regioni
italiane. «C’è un numero crescente di richieste di esorcismi - conferma al
Giornale padre Giancarlo Gramolazzo, presidente dell’Associazione internazionale
degli esorcisti - e purtroppo i mass media fanno apparire il diavolo come una
figura diversa da ciò che realmente è». La mancanza di fede autentica fa
crescere la superstizione, «tanti tendono a de-responsabilizzarsi - spiega
l’esorcista - non sanno affrontare la sofferenza e attribuiscono ogni disturbo
fisico o spirituale all’azione del demonio». Dal punto di vista statistico,
spiega padre Gramolazzo, che esercita come esorcista dal 1973 nella diocesi di
Roma, «su 100 persone che si rivolgono a noi, soltanto quattro o cinque sono
vittime di autentiche possessioni diaboliche. Altre dieci o venti circa sono
colpite da vessazioni - come nel caso di Padre Pio - ma non sono possedute.
Tutte le altre, cioè il 75-80 per cento, sono persone influenzate
negativamente, che hanno bisogno d’aiuto».
L’esorcista le ascolta e cerca con i dovuti modi di
indirizzarle dal medico. «Non è sempre facile - aggiunge Gramolazzo - perché alcuni
sono convinti di essere indemoniati pur senza esserlo e girano da un esorcista
all’altro per trovare chi glielo confermi». La necessità dell’aiuto di medici e
psicologi nei casi che non hanno origine direttamente satanica non deve però
far abbassare la guardia. Ne è convinto padre Gabriele Amorth, il più famoso
esorcista italiano. «C’è sempre maggiore richiesta di esorcismi - confida -
perché c’è sempre più gente che frequenta maghi, fattucchiere o che entra in
contatto con le sette sataniche. Servono esorcisti “pratici”, con esperienza.
Purtroppo di recente a Torino l’arcivescovo ha nominato quattro esorcisti
“novelli” mettendo a riposo quelli che avevano una lunga esperienza. Non
essendoci una scuola, l’unico modo per imparare è quello di frequentare chi
pratica da tempo gli esorcismi. Temo che il fenomeno continui ad essere
sottovalutato».
Il principe delle tenebre, la cui grande vittoria
qualche decennio fa era stata quella di far credere che non esisteva, oggi fa
credere di essere presente solo nelle eclatanti e oscure manifestazioni di
possessione. In entrambi i casi, si dimentica che le sue tentazioni sono
quotidiane e riguardano tutti.
Benedetto XVI:
“anima dell'educazione”
Lettera del Papa alla diocesi e alla città di Roma sulla questione
educativa
L'“anima dell'educazione” è la speranza, afferma Benedetto XVI
nella Lettera che ha indirizzato alla diocesi e alla città di Roma sul
difficile compito educativo.
Il Papa riconosce che educare “non è mai stato facile, e oggi
sembra diventare sempre più difficile”.
Per questo si parla di una grande “emergenza educativa”, “confermata
dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare
persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla
propria vita”.
In questa situazione, “viene spontaneo” dare la colpa alle nuove generazioni,
“come se i bambini che nascono oggi fossero diversi da quelli che nascevano nel
passato”.
“Si parla inoltre di una 'frattura fra le generazioni’, che certamente
esiste e pesa, ma che è l'effetto, piuttosto che la causa, della mancata
trasmissione di certezze e di valori”.
Di fronte al difficile compito educativo, ha osservato il Pontefice,
sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in genere tra gli educatori è forte
“la tentazione di rinunciare, e ancor prima il rischio di non comprendere
nemmeno quale sia il loro ruolo, o meglio la missione ad essi affidata”.
“Non temete!”, ha detto il Papa. “Tutte queste difficoltà, infatti,
non sono insormontabili. Sono piuttosto, per così dire, il rovescio della
medaglia di quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la
responsabilità che giustamente l'accompagna”.
Se in campo tecnico o economico i progressi di oggi possono sommarsi
a quelli del passato, “nell'ambito della formazione e della crescita morale
delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la
libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna
generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni”.
“Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere
ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta,
scelta personale”.
Chi crede in Cristo, ha aggiunto, ha “un ulteriore e più forte
motivo per non avere paura: sa infatti che Dio non ci abbandona, che il suo
amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e
debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene”.
“L'anima dell'educazione, come dell'intera vita”, quindi, per il
Papa “può essere solo una speranza affidabile”.
Al giorno d'oggi, constata il Papa, “la nostra speranza è insidiata
da molte parti”, ed è proprio qui che nasce “la difficoltà forse più profonda
per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell'educazione c'è
infatti una crisi di fiducia nella vita".
Di fronte a questo, il Papa ha invitato a “porre in Dio la nostra
speranza”.
“Solo Lui è la speranza che resiste a tutte le delusioni; solo il
suo amore non può essere distrutto dalla morte; solo la sua giustizia e la sua
misericordia possono risanare le ingiustizie e ricompensare le sofferenze
subite”.
“La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me,
è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel
bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore”.
Una vera educazione, ha proseguito il Papa, ha bisogno anzitutto
“di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore”.
Ogni vero educatore, ha infatti spiegato, “sa che per educare deve
donare qualcosa di se stesso e che soltanto così può aiutare i suoi allievi a
superare gli egoismi e a diventare a loro volta capaci di autentico amore”.
Il punto “forse più delicato” dell'opera educativa, secondo
Benedetto XVI, è “trovare un giusto equilibrio tra la libertà e la disciplina”.
“Senza regole di comportamento e di vita, fatte valere giorno per
giorno anche nelle piccole cose, non si forma il carattere e non si viene
preparati ad affrontare le prove che non mancheranno in futuro”.
Il rapporto educativo, tuttavia, è “anzitutto l'incontro di due
libertà e l'educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà”.
“L'educatore è quindi un testimone della verità e del bene – ha concluso
–: certo, anch'egli è fragile e può mancare, ma cercherà sempre di nuovo di
mettersi in sintonia con la sua missione”.
Varie
Il racconto della conversione
di Magdi Allam
La notte di Pasqua, nella
basilica di S. Pietro, il battesimo del famoso giornalista del Corriere della
Sera, Magdi Allam, conosciuto al pubblico televisivo per le sue innumerevoli
apparizioni come esperto di mondo isalmico.
Sentiamo dalle sue stesse parole i motivi
di questa conversione eclatante.
Mi sono
convertito alla religione cristiana cattolica, rinunciando alla mia precedente
fede islamica. Ha così finalmente visto la luce, per grazia divina, il frutto
sano e maturo di una lunga gestazione vissuta nella sofferenza e nella gioia,
tra la profonda e intima riflessione e la consapevole e manifesta esternazione.
Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha
impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima e Eucarestia,
nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia
Pasquale. E ho assunto il nome cristiano più semplice ed esplicito: “Cristiano”.
Dunque mi chiamo Magdi Cristiano Allam.
Per me è il
giorno più bello della vita. Acquisire il dono della fede cristiana nella
ricorrenza della Risurrezione di Cristo per mano del Santo Padre è, per un
credente, un privilegio ineguagliabile e un bene inestimabile. A quasi 56 anni,
nel mio piccolo, è un fatto storico, eccezionale e indimenticabile, che segna
una svolta radicale e definitiva rispetto al passato. Il miracolo della Risurrezione di Cristo si è riverberato sulla mia
anima liberandola dalle tenebre di una predicazione dove l’odio e
l’intolleranza nei confronti del “diverso”, condannato acriticamente quale
“nemico”, primeggiano sull’amore e il rispetto del “prossimo” che è sempre e
comunque “persona”; così come la mia mente si è affrancata dall’oscurantismo di
un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta
che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia,
permettendomi di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della
Libertà.
Nella mia prima
Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima
volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione. La mia
conversione al cattolicesimo è il punto d’approdo di una graduale e profonda
meditazione interiore a cui non avrei potuto sottrarmi, visto che da cinque
anni sono costretto a una vita blindata, con la vigilanza fissa a casa e la
scorta dei carabinieri a ogni mio spostamento, a causa delle minacce e delle
condanne a morte inflittemi dagli estremisti e dai terroristi islamici, sia
quelli residenti in Italia sia quelli attivi all’estero.
Mi sono chiesto
come fosse possibile che chi, come me, si è battuto convintamente e strenuamente
per un “islam moderato”, assumendosi la responsabilità di esporsi in prima persona
nella denuncia dell’estremismo e del terrorismo islamico, sia finito poi per
essere condannato a morte nel nome dell’islam e sulla base di una
legittimazione coranica. Ho così dovuto prendere atto che, al di là della
contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del
terrorismo islamico a livello mondiale, la
radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e
storicamente conflittuale.
Parallelamente
Mi si chiede se
io non tema per la mia vita, nella consapevolezza che la conversione al cristianesimo
mi procurerà certamente un’ennesima, e ben più grave, condanna a morte per
apostasia. So a cosa vado incontro ma affronterò la mia sorte a testa alta, con
la schiena dritta e con la solidità interiore di chi ha la certezza della
propria fede. E lo sarò ancor di più dopo il gesto storico e coraggioso del
Papa che, sin dal primo istante in cui è venuto a conoscenza del mio desiderio,
ha subito accettato di impartirmi di persona i sacramenti d’iniziazione al
cristianesimo.
Sua Santità ha
lanciato un messaggio esplicito e rivoluzionario a una Chiesa che finora è
stata fin troppo prudente nella conversione dei musulmani, astenendosi dal fare
proselitismo nei paesi a maggioranza islamica e tacendo sulla realtà dei
convertiti nei paesi cristiani. Per paura. La paura di non poter tutelare i
convertiti di fronte alla loro condanna a morte per apostasia e la paura delle
rappresaglie nei confronti dei cristiani residenti nei paesi islamici. Ebbene
oggi Benedetto XVI, con la sua testimonianza, ci dice che bisogna vincere la
paura e non avere alcun timore nell’affermare la verità di Gesù anche con i musulmani.
Dal canto mio
dico che è ora di porre fine all’arbitrio e alla violenza dei musulmani che non
rispettano la libertà di scelta religiosa. In Italia ci sono migliaia di
convertiti all’islam che vivono serenamente la loro nuova fede. Ma ci sono
anche migliaia di musulmani convertiti al cristianesimo che sono costretti a
celare la loro nuova fede per paura di essere assassinati dagli estremisti
islamici che si annidano tra noi. Per uno di quei “casi” che evocano la mano
discreta del Signore, il mio primo articolo scritto sul Corriere il 3 settembre
2003 si intitolava “Le nuove catacombe degli islamici convertiti”. Era
un’inchiesta su alcuni neo-cristiani in Italia che denunciano la loro profonda
solitudine spirituale ed umana, di fronte alla latitanza delle istituzioni
dello Stato che non tutelano la loro sicurezza e al silenzio della stessa
Chiesa. Ebbene mi auguro che dal gesto storico del Papa e dalla mia
testimonianza traggano il convincimento che è arrivato il momento di uscire
dalle tenebre dalle catacombe e di affermare pubblicamente la loro volontà di
essere pienamente se stessi. Se non saremo in grado qui in Italia, la culla del
cattolicesimo, a casa nostra, di garantire a tutti la piena libertà religiosa,
come potremmo mai essere credibili quando denunciamo la violazione di tale
libertà altrove nel mondo? Prego Dio affinché questa Pasqua speciale doni la
risurrezione dello spirito a tutti i fedeli in Cristo che sono stati finora
soggiogati dalla paura. Buona Pasqua a tutti.
Cari amici,
andiamo avanti sulla via della verità, della vita e della libertà con i miei migliori
auguri di successo e di ogni bene.
Varie
"Ha avuto
qualità soprannaturali".
Benedetto XVI si riferisce così al
suo predecessore Giovanni Paolo II, di cui è in corso il
processo di beatificazione. Papa Ratzinger, durante la messa solenne in piazza
San Pietro in ricordo del terzo anniversario della morte di Wojtyla, ha ricordato
che "tra le tante qualità umane e soprannaturali, Wojtyla
aveva anche quella di un'eccezionale sensibilità spirituale e
umanistica".
Durante la
celebrazione in piazza San Pietro, alla presenza di moltissimi cardinali e vescovi
e di migliaia di fedeli, Ratzinger ha affermato che il pontificato di Wojtyla,
"nel suo insieme e in tanti momenti specifici, ci appare infatti come un
segno e una testimonianza della Risurrezione di Cristo".