Parrocchia di San Martino a Vado

InStrada in Casentino

 

 

 

 

 

 

 

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Bimestrale di Formazione ed Informazione

della Comunità di Strada in Casentino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anno VI  -  N. 33       Gennaio Febbraio 2009



Mi sono fatto tutto a tutti

Numero speciale sul piano pastorale diocesano 2008/2009

 

 

 

SOMMARIO

 

 

q       Editoriale                                        pag. 3   Mi sono fatto tutto a tutti

 

q       Il piano 2007/2008                          pag. 4    Seconda parte

 

q       Le preghiere del mese                    pag. 9  Preghiere

 

q       Veglia  di  preghiera                       pag. 10  Il Servizio…

 

q       Notizie della nostra comunità         pag. 15   Pellegrinaggio dei Giovani in

    Terra Santa

 

q       Rubrica                                           pag. 17  I Santuari d’Italia

 

q       Attualità                                          pag. 20  Varie dal mondo e dalla Chiesa

pag. 24  Chiesa ed INTERNET

 

q       Notizie dal Casentino                     pag. 28  Il Vivaio di Cerreta

 

q       Approfondimenti                             pag. 29   Crollo del Capitalismo?

 

Il giornalino può essere scaricato su internet

all’indirizzo www.parrocchiastrada.net

EDITORE: Giancarlo BRESCIANI (Resp. Leg. Parrocchia San Martino a Vado)

DIRETTORE RESPONSABILE: Silvia PECORINI

COLLABORATORI: Serena Tarani, Paola Boncompagni, Amalia Bonciani

REDAZIONE: Antonio Fani - P.za Piave n° 17/A - Strada in Casentino (AR)

Autorizzazione Tribunale di Arezzo n° 3 del 23/02/2005

 


 



Editoriale

 

MI SONO FATTO TUTTO A TUTTI

 

 

Paolo una volta convertito e preso dall’amore di Dio manifestato nella persona di Gesù, si mette a servizio di Cristo e del suo corpo che è la Chiesa. Si sente invitato da Gesù agli uomini, al mondo. Si pone completamente alle sue dipendenze; ne diventa il suo servo fedele. E svolge questo compito con una totale dedizione. Niente lo ferma: ne le fatiche, le percosse, i naufragi, la prigionia.

Vuol essere in questo un vero imitatore del Suo Maestro, che venendo nel mondo assume la condizione di servo dell’umanità. Nella esperienza avuta sulla via di Damasco ha compreso che Gesù è vivente nei cristiani ed il servizio a Cristo diventa servizio alle comunità, alla Chiesa.

Appartenere alla comunità cristiana significa aver consapevolezza della trasformazione operata da Cristo che rinnova la vita in tutte le sue dimensioni e fa superare tutte le barriere culturali, etniche e sociali. Il rinnovamento cristiano comporta un impegno personale e comunitario insieme: “Rivestitevi di sentimenti di misericordia, bontà, mansuetudine, pazienza”. (Col3, 5.9).

Le comunità si riuniscono per la preghiera, per il rendimento di grazie a Dio, per vivere in fraternità.

Alla comunità autenticamente cristiana appartiene il mandato della missione e del servizio.

 

Il vostro parroco, don Roberto

 

 

 


Seconda parte del piano

 

Tempo di Ordinario

 

2. «Mi sono fatto tutto a tutti». La sollecitudine di Paolo per le Chiese

 

Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!


La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.

Lettera ai Colossesi, 3,12-16

1. Paolo, servo di Gesù Cristo

 

 In molte delle sue lettere, Paolo si mostra fiero del suo titolo di apostolo: egli è l’«inviato di Cristo» (cfr. 1Ts 2,6). Così si presenta scrivendo ai corinzi: «Paolo, chiamato a essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio» (1Cor 1,1). Non minore è la sua fierezza nel designarsi «servo di Cristo». Rivolgendosi ai romani, affianca i due “titoli” identificando l’apostolato con il servizio incondizionato a Cristo Gesù: «Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio» (Rm 1,1). Per Paolo, servire significa innanzitutto appartenere: nella qualità di inviato e di servo, Paolo si pone totalmente alle dipendenze del Cristo, di Gesù che è il Re-Messia. Tutti i cristiani appartengono a Cristo, ma questa appartenenza è più profonda ancora nel caso di coloro che egli si è scelto per affidare loro un ministero.

La missione di Paolo consiste, appunto, nel proclamare la “buona notizia” del Cristo e l’avvento, in lui, del regno di Dio nella storia, con totale dedizione: «cerco forse di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servo di Cristo!» (Gal 1,10). Servo di Cristo vuol dire unicamente servire il Signore, ed è per svolgere questo ministero che Paolo si mostra pieno di sollecitudine verso tutti, specialmente verso i più deboli, con umiltà e con mitezza, pur di guadagnare qualcuno a Cristo, non a se stesso: «mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1Cor 9,22).

Per la stessa ragione, Paolo si mostra perseverante in mezzo a qualunque prova o difficoltà. Si presenta così ai corinzi, mettendo a confronto lo slancio del proprio ministero con quello dei suoi antagonisti giudeocristiani: «Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte» (2Cor 11,23). In questo senso, Paolo intende essere un vero imitatore del Servo per eccellenza, Gesù Cristo il quale, come l’Apostolo stesso evoca nel suo celebre inno della lettera ai Filippesi, «pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,6-8). Il discepolo non deve aspettarsi di essere trattato meglio del suo maestro, né il servo di essere trattato meglio del suo padrone (cfr. Mt 10,25). L’umiltà, le lacrime e le prove sono le condizioni nelle quali il Signore vuole essere servito da coloro ai quali affida una responsabilità nella Chiesa.

 

Nelle prime domeniche del tempo ordinario, la liturgia ci richiama con forza a riscoprire il senso della chiamata da parte di Cristo alla sequela di lui e al servizio del regno di Dio. L’esempio di Paolo costituisce, così, un forte invito a riconsiderare la nostra fondamentale chiamata battesimale. Ci ricorda il senso del nostro impegno personale nella Chiesa e nella comunità umana, ci spinge all’esercizio di un serio discernimento per individuare meglio il servizio che ci viene richiesto da Gesù mediante la sua Chiesa, ci richiama alla responsabilità per una migliore formazione umana e spirituale capace di ottenere i tratti specifici della personalità dell’apostolo.

 

2. Servire Cristo nel suo corpo che è la Chiesa

 

Fin dall’esperienza della sua conversione, Paolo ha scoperto che c’è una misteriosa ma concretissima iden­ti­tà tra Gesù Cristo e la comunità cristiana. Così va intesa la parola che il Signore gli rivolge rispondendo alla sua domanda al momento del loro incontro: «E io dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti» (At 26,15). In un certo senso, potremmo dire che è la comunità cristiana stessa che gli è venuta incontro sulla via di Damasco. E se Paolo si era impegnato prestissimo a perseguitarla, è perché evidentemente trovava in essa qualcosa che non si combinava bene con le proprie convinzioni e che lo turbava profondamente. Come notavamo lo scorso anno, è stata davvero l’esperienza viva ed entusiasta della comunità cristiana delle origini a permettere la rapidissima,  ancor oggi sorprendente, diffusione della novità del cristianesimo nel mondo antico.

Paolo si incontra così con lo scandalo e la follia di Cristo crocifisso e risorto, accoglie l’esperienza di fede della comunità credente e ne diviene in un modo unico e originale testimone e apostolo. Colui che perseguitava il corpo di Cristo che è la Chiesa ora diviene un nuovo e potente generatore di comunità. Fonda nuove Chiese e vive per le Chiese. Esse costituiscono per lui il luogo decisivo in cui la novità di Cristo può veramente concretizzarsi. Vero e proprio laboratorio del cristianesimo, in cui si comincia a vivere e a declinare in tutte le sue dimensioni quella vita nuova realizzata una volta per tutte nel mistero pasquale di Cristo morto e risorto.

Agli occhi di Paolo, la comunità cristiana è il luogo in cui il vangelo può e deve essere vissuto alla lettera, senza sconti, con quello slancio radicale che è la condizione indispensabile per poter essere davvero liberi in Cristo: è per questo che l’Apostolo ha dato tutto se stesso per l’edificazione delle Chiese. Comunità cristiane che hanno anche, e inevitabilmente, una valenza “politica”, dal momento che l’espe­rienza viva della libertà al loro interno è la proposta più alternativa che esista, il vero antidoto a ogni tipo di schiavitù sociale, storica e culturale, la vera e percorribile via di liberazione.

L’obiettivo di Paolo è quello di dar vita a comunità vive e apostoliche, comunità che siano espressione concreta di quanto lui stesso ha vissuto a livello personale, quando ha compreso che l’annuncio cristiano non poteva rimanere chiuso nel ristretto orizzonte del mondo ebraico, ma chiedeva di uscire dal tempio e dalla sinagoga per rivolgersi a tutta l’umanità. Comunità fondate da Paolo, incoraggiate e formate da Apollo e da altri discepoli, ma che hanno al centro solo la persona di Gesù Cristo, il Signore e unico Maestro: Paolo non si stanca di difendere la centralità di Cristo e di ribadirla, come accade nella prima lettera ai Corinzi: «Mi è stato segnalato a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”. Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?» (1Cor 1,13).

 

Per i primi cristiani, e per Paolo in modo particolare, era chiarissimo che appartenere a Cristo significava appartenere alla Chiesa e prendersi cura del suo cammino, anche con tutte le sue fatiche e debolezze. Si tratta di una provocazione che ci interpella profondamente e che chiede di verificare il nostro amore per la comunità cristiana: quanto siamo disposti a mettere in gioco le nostre energie e la nostra stessa vita per il bene e la crescita della comunità? Non è meno urgente, inoltre, conquistare nuova consapevolezza del compaginarsi della Chiesa in quanto corpo nelle sue fondamentali articolazioni: diocesi, vicariati, parrocchie.

 

3. Il progetto-comunità di san Paolo

 

 C’è un vero e proprio “progetto-comunità” alla radice dell’impegno apostolico di Paolo. Un progetto che troviamo descritto in modo dettagliato nella lettera ai Colossesi, e che possiamo suddividere in tre punti. In primo luogo, Paolo richiama con forza la consapevolezza della radicale trasformazione operata da Cristo, che chiede di diventare trasformazione della vita: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio!» (Col 3,1-4). La condizione dei risorti è vita nuova radicata con Cristo in Dio e dunque anche autocoscienza di questa novità, positivamente custodita e coltivata: «cercate le cose di lassù».

È in quest’opera di trasformazione – ed è il secondo punto – che si iscrive il superamento di tutte le barriere culturali, etniche e sociali che Paolo stesso esigeva con forza dalle sue comunità (cfr. 1Cor 11,18-22): «Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o incircon­cisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti» (Col 3,11). Si tratta di una trasformazione che va quotidianamente alimentata. E questo prima di tutto nell’impegno dell’ascesi personale e comunitaria: «Mortificate quella parte di voi che appartiene alla terra… Non mentitevi gli uni gli altri… Rivestitevi… di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Col 3,5.9.12-13). Ma anche e soprattutto nell’e­ser­cizio costante del perdono reciproco, nella preghiera e nel continuo rendimento di grazie: «Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi… E siate riconoscenti! La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali» (3,13-17). Si direbbe che, per Paolo, il ringraziamento è, a un tempo, il punto di partenza e di arrivo di tutta la vita della comunità, canto fermo che fa memoria giorno dopo giorno del dono di Dio, che l’ha strappata dal potere delle tenebre e l’ha trasferita nel suo regno di luce infinita.

È a questa comunità autenticamente cristiana, ovvero di Cristo, che può allora appartenere il mandato della missione e del servizio. È il terzo aspetto del progetto-comunità paolino, sul quale torneremo nell’ultima scheda, e che così da vicino richiama la prospettiva ecclesiologica del concilio Vaticano II: «Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che come ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore» (3,23-24). È il vero mandato della comunità cristiana, al suo interno e verso ogni persona: servire l’uomo in Cristo e come Cristo.

 

Al centro della vita della comunità paolina emerge la dimensione fondamentale del ringraziamento: esso ha la sua espressione più alta proprio nella celebrazione dell’Eucaristia. Lasciamoci di nuovo interrogare sulla centralità dell’Eucaristia nella nostra vita personale e comunitaria e sul significato decisivo dell’Eucaristia domenicale per la vita e la missione della Chiesa. È nella liturgia, infatti, cioè nell’incontro vivo con il Signore risorto, che la comunità trova l’origine della propria identità, il fondamento della comunione, le motivazioni per costruire il proprio progetto pastorale.

 

 


Le preghiere del mese

 

 


Guarda la stella, invoca Maria

 

O uomo, che nell’ondeggiare

delle vicende di questo mondo,

più che camminare per terra,

hai l’impressione di essere

sballottato tra marosi e tempeste,

non distogliere gli occhi

dal fulgore di questa stella

se non vuoi essere inghiottito dalle onde.

Se soffiano i venti delle tentazioni,

se t’incagli negli scogli delle tribolazioni,

guarda la stella, invoca Maria.

Se sei sbattuto dai cavalloni

Della superbia, dell’ambizione,

della maldicenza, della gelosia,

guarda la stella, invoca Maria.

Se l’ira o l’avarizia

O la concupiscenza della carne

Sembrano sconquassare la navicella

Del tuo spirito, guarda Maria.

Se turbato dell’enormità dei tuoi peccati,

confuso per la coscienza

della tua turpitudine,

atterrito al pensiero

del tremendo giudizio di Dio,

cominci a sentirti risucchiare

dal baratro della tristezza,

dall’abisso della disperazione,

pensa a Maria.

Nei pericoli, nelle angustie,

nelle incertezze, pensa a Maria,

 

 

 

 

invoca Maria.

Maria ti sia sempre sulla bocca,

sempre nel tuo cuore;

e per ottenere l’aiuto della sua preghiera,

non cessare di imitarne gli esempi.

Seguendo lei, non andrai fuori strada,

pregando lei non verrà meno

la speranza, pensando a lei non sbaglierai.

Se Maria ti regge, non cadrai,

sotto la sua protezione

non avrai timore,

se Ella ti guida

non ti stancherai,

se ti è propizia arriverai;

e così sperimenterai in te stesso

quanto a proposito sia stato detto:

E il nome della Vergine era Maria.

 

San Bernardo di Chiaravalle


                     Veglia di Preghiera

IL SERVIZIO

 

ADORAZIONE EUCARISTICA

O Gesù, vero Figlio di Dio e fratello nostro, noi ti adoriamo presente sotto i veli eucaristici e ti ringraziamo di averci amati fino al punto da offrire la tua vita per la nostra salvezza.

Tu sei l’agnello di Dio che togli i peccati del mondo; Tu hai preso si di te le nostre colpe e le hai espiate con la tua immolazione sull’altare della Croce.

Davanti a Te, o Gesù, noi vogliamo rinnovare le promesse del nostro battesimo; e tu aiutaci  vivere da veri cristiani, impegnai nello sforzo di una continua conversione e di una perfetta adesione alle tua parola.

Accetta le nostre opere penitenziali e le nostre quotidiane sofferenze perché, unite ai meriti della tua passione, diventino mezzo di redenzione e di vita per noi, per i nostri cari e per tutti gli uomini.

 

DAL VANGELO DI LUCA         Chi è il più importante

Tra i discepoli sorse una discussione per stabilire chi tra essi doveva essere considerato il più importante. Ma Gesù disse loro: “I re comandano sui loro popoli e quelli che hanno il potere si fanno chiamare benefattori del popolo. Voi però non dovete agire così! Anzi, chi tra voi è il più importante diventi come il più piccolo; chi comanda diventi come quello che serve. Secondo voi, chi è più importante: chi siede a tavola oppure che sta a servire? Quello che siede a tavola, non vi pare? Eppure io sto in mezzo a voi come un servo. Voi siete quelli rimasti sempre con me, anche nelle mie prove. Ora, io vi faccio eredi di quel regno che Dio, mio Padre, ha dato a me. Quando comincerò a regnare, voi mangerete e berrete con me, alla mia tavola. E sederete su dodici troni per giudicare le dodici tribù del popolo d’Israele.”                                                          Parola del Signore

 

RIFLESSIONE

 

Litanie della SS. Eucarestia

Signore, pietà

Signore, pietà

Cristo, ascoltaci

Padre Celeste, Dio                         Abbi pietà di noi

Figlio, Redentore del mondo, Dio          Abbi pietà di noi

Spirito Santo, Dio                          Abbi pietà di noi

Santa Trinità Unico Dio                 Abbi pietà di noi

Santissima Eucarestia,

Dono ineffabile del Padre,

Segno dell’amore supremo del Figlio,

Prodigio di carità dello Spirito Santo,

Sacramento del Corpo di Cristo, nato dalla Vergine Maria,

Sacramento del Sangue di Cristo, versato per noi sulla Croce,

Memoriale della Morte e Risurrezione del Signore,

Frutto di mirabile e singolare trasformazione,

Gloria del Sacerdozio cattolico,

Dimora di Dio con gli uomini,

Arca della nuove ed eterna alleanza,

Manna nascosta piena di dolcezza,

Vero pane disceso dal cielo per la vita del mondo.

Agnello della nuova pasqua,

Viatico della Chiesa pellegrinante,

Convito messianico offerto a tutti i popoli,

Mistero della fede,

Sostegno della speranza,

Vincolo della carità,

Forza e sollievo dell’umana fatica,

Farmaco delle nostre infermità,

Seme di immortalità,

Sacrificio di riconciliazione e di propiziazione,

Sacrificio di riconciliazione e di pace,

Sacrificio di lode e di ringraziamento,

Sorgente di gioia purissima,

Sacramento che germina i vergini,

Sacramento dell’unità della Chiesa,

Sacramento della perfezione cristiana,

Sacramento della nuovo creazione,

Causa della nostra risurrezione,

Pregustazione dell’eterno Convito,

Pegno della gloria futura,

 

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo Perdonaci, Signore

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo Esaudiscici, Signore

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo Abbi pietà di noi

Rit. Rendici testimoni del tuo amore, o Signore

 

Cantate al Signore un canto nuovo,

perché ha compiuto prodigi.

Gli ha dato vittoria la sua destra

E il suo braccio santo. Rit.

 

Il signore ha manifestato la sua salvezza.

Agli occhi dei popoli ha rilevato la sua giustizia.

Egli si è ricordato del suo amore,

della sua fedeltà alla casa di Israele. Rit.

 

Tutti i confini della terra hanno veduto

La salvezza del nostro Dio.

Acclami al Signore tutta la terra,

gridate, esultate con canti di gioia. Rit.

                            (dal Salmo 97)


 

(TUTTI)

La sua bontà non fu arrestata

Dalla nostra cattiveria,

la quale, inchiodandogli le mani,

non gli chiuse le braccia:

Sbrecciandogli il cuore,

ne fece straripare l’amore.

 

Noi non siamo diventati più buoni

Poiché tu sei venuto tra noi:

ma la nostra tristezza

non scalfì il tuo amore.

 

Tu sei rimasto buono

In un mondo di tristi

e l’occhio paziente

della tua misericordia

ci vede buoni.

 

Un po’ d’acqua che diventa vino:

qualche pane che si moltiplica:

un cieco che vede:

un morto che risorge

è poco in confronto alla tua bontà

che dà un volto buono a tutti i cattivi.

Perché tu mi guardi così,

anch’io oggi sono buono.

                            (Mazzolari)

 

(TUTTI)

Lasciarsi amare,

Tu non domandi di più

Non mi domandi se ti voglio bene.

Ti basta ch’io mi lasci amare dall’amore,

portare dall’amore,

perché anch’io sono un “lontano”.

Allora domani faccio la comunione,

Sei tu che mi ospiti.

Io sono l’esule che torna alla patria:

il prodigio che dal deserto dell’amore

torna alla casa dell’amore,

nel giorno dell’amore.   (Mazzolari)


LETTORE

Dalla prima lettera di San Paolo ap. Ai Corinzi    (12,4-13.26-27)

 

Vi sono (nella Chiesa) diversità di carismi, ma uno solo è lo spirito; vi sono diversità di ministeri, ma no solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.

E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.

Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schivi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito…

Se un membro del corpo soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.

Parola di Dio.

 

RIFLESSIONE

 

Canto

 

PREGHIERA COMUNE

Ringraziamo il Signore Gesù, qui presente sotto i segni eucaristici, perché si è degnato di chiamarci alla sua Chiesa una e santa, e diciamo insieme:

 

Gloria a te, o Cristo!

 

1.    Perché ci hai raccolti dalle regioni nelle quali eravamo dispersi e ci hai riuniti nella tua Chiesa santa, ti ringraziamo o Signore.

2.    Perché ci hai illuminati con la tua parola, ti ringraziamo, o Signore.

3.    Perché ci hai svelato i segreti del tuo regno, ti ringraziamo, o Signore.

4.    Perché ci hai ammessi al tuo banchetto e ci hai nutrito con il fiore di frumento, noi ti ringraziamo, o Signore.

5.    Perché hai prolungato la tua presenza nel mondo per mezzo della Chiesa, tuo mistico Corpo, noi ti ringraziamo, o Signore.

 

A. Signore, ti ringraziamo per il Corpo e il Sangue di tuo Figlio che ci rende tuoi per sempre.

 

G.  Signore, ti preghiamo per il tuo popolo, la chiesa, fondata sul sacrificio della tua persona, rendila salda e fedele alla sua appartenenza a te.

 

A. Signore, conserva fedele a te la tua Chiesa e capace di testimoniare la tua carità.

 

      G. Signore, ti preghiamo per i cristiani che partecipano assiduamente alla Messa domenicale;

rendili più solidali tra loro e aperti alla vera fraternità con tutti gli uomini.

 

      A. Signore, rendi i cristiani capaci di testimoniare il tuo amore nella solidarietà e nella fraternità.

 

      G. Signore, ti chiediamo perdono perché siamo egoisti e incapaci di condividere tutti i nostri

           beni con i nostri fratelli più svantaggiati.

 

      A. Signore, rendi noi qui presenti, capaci di amare come tu ci insegni nell’eucarestia.

 

G. Signore, ti preghiamo per tutti gli uomini che non ti conoscono, per tutti coloro che hanno

     smarrito la fede, tutti coloro che sono nel dubbio.      

 

A. Ti preghiamo, Signore, attirali tutti a te con la potenza del tuo amore.   

 

G. Signore, concedi a noi, divenuti tuo popolo mediante il sangue di tuo Figlio, di vivere nella

     fedeltà al tuo amore e nella solidarietà vicendevole.

Canto finale


Notizie della nostra Comunità

 

Durante le vacanze di Natale, durante i combattimenti in Terra Santa, alcuni giovani della Diocesi erano là:…c’era anche Imma…

 

Tutto è cominciato a luglio del 2008 quando ho ricevuto la telefonata del DonGa (don Gabriele Bandini, Rettore del Seminario di Fiesole) che mi invitava al pellegrinaggio che avrebbe fatto per la GMG 2008 nel Casentino: una grande gioia sentirlo, parlare con lui ma la mia risposta al suo invito non fu affermativa; l'idea di fare il pellegrinaggio sinceramente non mi entusiasmava, un po' per il periodo che stavo passando, un po' per la mancanza di fiducia che era nata in me verso le persone e un po' per il distacco che avevo in quel momento dalla chiesa, la mia chiesa, la mia parrocchia. Il l5 luglio don Gabriele con i suoi ragazzi sono arrivati a Strada, ci siamo visti con l'intenzione da parte mia di fargli solo un saluto e di scambiare due chiacchiere con lui...sono stata tutto il tempo in chiesa ad ascoltare i ragazzi del pellegrinaggio, ero con Elena e alcuni giovani: Alessandra, Sarina, Rosa, Simone, Niccolo' e gli altri; ad un certo punto sento don Gabriele che mentre parlava in chiesa, guardandomi diceva "Imma verrà con noi" la mia risposta fu no ma lui continuava a dire "Imma verrà con noi". Usciti dalla chiesa si avvicina a me, dicendomi "ti aspetto domattina qui per iniziare il cammino". La mattina ero lì con Alessandra e Sarina; è stata una giornata nell' Amore di Dio. I ragazzi, persone uniche, ognuno con i propri pregi e difetti ma tutti con un unico scopo: trovare Dio e portare il Vangelo nelle loro vite come ha fatto San Paolo.

In quei giorni si parlava già del prossimo pellegrinaggio; il pellegrinaggio dei giovani in Terra Santa.

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Dopo alcuni incontri di preparazione, siamo partiti il 26 dicembre per Nazareth: eravamo 52 ragazzi di età compresa tra i 18 e i 35 anni, 7 sacerdoti della nostra diocesi, don Gabriele e il Vescovo Luciano Giovannetti.

Dall’articolo tratto da La Parola del 11 gennaio: Terra Santa: due parole che prese da sole hanno tanti significati, ma insieme un unico grande valore “Gesù con noi”. Le sensazioni provate in questi posti ci hanno preso ed avvolto con l’amore che il Signore ha avuto ed ha per noi; il pellegrinaggio ci ha portato a rivivere gran parte di quello che leggiamo nel Vangelo, facendolo nostro , veramente nostro. Da quando siamo arrivati la domanda che ci ha accompagnato è sempre la stessa…Cosa cercate?...tutti insieme e soli con noi stessi: cosa cerchiamo?...il silenzio , la pace che si respira in questi luoghi, l’atmosfera serena, piena di amore, ci ha avvolto completamente, ma ci ha spiazzato allo stesso tempo….nel Cenacolo , con la Sua presenza, la presenza della Trinità, che ho avvertito molto forte, siamo diventati una cosa sola, con Lui tutti insieme, tutti noi per essere discepoli…perché Lui non ci abbandona mai…quello che ho capito da questo pellegrinaggio è che dobbiamo, ocme diceva Papa Giovanni Paolo II, aprire anzi, spalancare il nostro cuore a Dio, fidandoci completamente di Lui.

Un ringraziamento particolare e di cuore a DON GABRIELE, che con il suo amore, la sua fede, la sua semplicità, il suo essere sempre presente e la sua dolcezza, mi accompagna nel cammino verso il Volto di Dio.

Un ringraziamento grande al Vescovo Luciano che ci ha accompagnati donandoci pace e calore, lo stesso calore che ha un nonno per i suoi nipoti; grazie a tutti i ragazzi che erano con me in questo viaggio, per la loro sensibilità, per la loro bellezza d'animo, per la loro amicizia, l'amicizia vera, sincera. Un grazie a Chiara Squillantini di Stia, che mi ha portato a conoscere queste persone meravigliose e mi sostiene in questo cammino, a Laura e Martina, per la loro amicizia e la loro presenza; a don Mirko e tutti gli altri preti che erano con noi; a DON FABIO CELLI un grazie enorme, con le sue parole, il suo amore il suo carisma: ci ha seguiti e accompagnati all'amore di Dio. Un grazie a mia sorella Elena e alla mia famiglia, che mi ha appoggiato per questo viaggio e mi ha sempre insegnato che l'unica cosa fondamentale nella vita è Dio. Un ringraziamento speciale ad Andrea (Garga), Mattia, Giuseppe e Matteo perchè mi hanno ascoltato, perchè hanno condiviso con me le loro esperienze, perchè con le loro parole, i loro abbracci, la loro umiltà sono Segno della tenerezza di Dio; ad Alessandra, Paolo e tutti quelli che ci hanno aiutato nell'auto finanziamento.

A tutti voi che leggete queste pagine vorrei solo dire: cerchiamo di non affannarci solo ad accumulare ricchezza, fama, consensi…non servono a niente...Dio ci ama cosi come siamo, piu' siamo umili e piu' ci ama; amiamoci gli uni con gli altri e qualsiasi cosa chiederemo a Dio ce lo darà. Lui è l'unica ricchezza di cui abbiamo bisogno, la troveremo solo pregando e ascoltando le parole di Nostro Signore.

Il viaggio continua per tutti…che Dio sia sempre nei nostri cuori.

Casella di testo: Imma Zampella
Rubrica

a cura della Dott.ssa Paola Boncompagni

 

I Santuari d’Italia:   LE TRE FONTANE

 

La località delle Tre Fontane è situata in una piccola valle sul percorso della via Laurentina a Roma, in una zona anticamente conosciuta come Aquae Salviae. Il complesso abbaziale delle Tre Fontane è composto da tre antichissime chiese all’interno di una cinta muraria e deve il suo nome a quella della più antica di queste chiese, costruita dai cristiani nel V secolo nel luogo dove l’Apostolo Paolo fu decapitato nel 67 d.C. La tradizione vuole che la testa del martire, cadendo a terra, rimbalzasse tre volte facendo scaturire ogni volta una fonte. Lungo la navata di questa chiesa tre nicchie ospitano le Tre fontane, mentre in un angolo si conserva la colonna sulla quale sarebbe stato decapitato l’Apostolo. I frati trappisti a cui fu affidata l’Abbazia nel 1868, dopo aver bonificato la zona dalla malaria, vi piantarono una gran quantità di eucaliptus, ma negli anni della  guerra mondiale, il bel bosco di eucaliptus e le sue grotte nella cave di tufo, diventarono luogo di ritrovo per prostitute e soldati, ma anche rifugio per delinquenti e sbandati. Ma proprio questa terra di peccato, sarà testimone dell’evento miracolo di cui il 12 aprile 1947, pomeriggio di un sabato in Albis, è protagonista un tranviere romano protestante. BRUNO CORNACCHIOLA, di 34 anni, all’ombra di un eucalipto, prende appunti per la conferenza che dovrà tenere il giorno dopo. L’uomo è nato in uno dei quartieri più poveri e malfamati della capitale, da poveri genitori. durante la sua permanenza in Spagna, dove era andato volontario per combattere nel 1936, convinto dalla propaganda di un militare tedesco protestante, entra nella chiesa avventista e diviene accanito nemico della Chiesa Cattolica, della Vergine e del Papa.

Mentre i suoi figli, Gianfranco, Carlo ed Isola, rispettivamente di 4, 7 e 10 anni, giocano a palla, Cornacchiola cerca nella Bibbia dei protestanti, sostegni a quella parte del suo discorso che dedicherò alla confutazione dei dogmi riguardanti la Madre di Gesù. Ma ecco la inattesa risposta della madre di Dio e degli uomini a chi da tempo La sta rammentando soltanto per denigrarLa. I bambini, avendo perduto la palla, e non riuscendo a ritrovarla, richiedono l’intervento del padre. Bruno sospende le sue annotazioni, posa il taccuino con gli appunti per terra, sotto l’eucalipto e corre in aiuto ai figli. Non ne avrà più bisogno: la conferenza non la terrà più; la Vergine di lì a poco, in una fetida grotta, lo convertirà, lo trasformerà in un suo fedele servitor, in un prezioso strumento di evangelizzazione.

Sono circa le 15.30, La bella Signora appare in una grotta sopra un masso di tufo, prima ai tre bambini, poi preceduta da un intenso profumo di fiori, all’uomo che fino a quel momento aveva osteggiato la devozione  alla Madre del Redentore ed i privilegi mariani.

La Vergine indossa un lungo e splendido abito bianco, trattenuto in vita da una fascia rosa; ha posato sui capelli, un manto verde che Le scende fino ai piedi nudi. La santa Madre di Dio rivolge al suo persecutore queste parole:

«Sono colei che sono nella Trinità divina... Sono la Vergine della Rivelazione... Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell'ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa, prima di iniziare la via dell'errore, ti hanno salvato!». Bruno ricorda che la voce della Bella Signora era «così melodiosa, sembrava una musica che entrava dentro gli orecchi; la sua bellezza nemmeno si può spiegare, la luce, smagliante, qualcosa di straordinario, come se il sole fosse entrato dentro la grotta». La conversazione è lunga; dura un'ora e venti minuti circa. Gli argomenti toccati dalla Madonna sono molteplici. Alcuni riguardano direttamente e personalmente il veggente. Altri riguardano la Chiesa intera, con un particolare riferimento ai sacerdoti. Poi c'è un messaggio da consegnare personalmente al papa. A un certo punto la Madonna muove un braccio, il sinistro, e punta l'indice verso il basso..., indicando qualcosa ai suoi piedi... Bruno segue con l'occhio il gesto e vede per terra un drappo nero, una veste talare da prete e accanto una croce spezzata. «Ecco», spiega la Vergine, «questo è il segno che la Chiesa soffrirà, sarà perseguitata, spezzata; questo e il segno che i miei figli si spoglieranno... Tu, sii forte nella fede!...». La celeste visione non nasconde al veggente che lo attendono giorni di persecuzione e di prove dolorose, ma che lei lo avrebbe difeso con la sua materna protezione. Poi Bruno viene invitato a pregare molto e a far pregare, recitare il rosario quotidiano. E specifica in particolare tre intenzioni: la conversione dei peccatori, degli increduli e per l'unità dei cristiani. E gli rivela il valore delle Ave Maria ripetute nel rosario: «Le Ave Maria che voi dite con fede e con amore sono tante frecce d'oro che raggiungono il Cuore di Gesù». Gli fa una bellissima promessa: «Io convertirò i più ostinati con prodigi che opererò con questa terra di peccato». E per quanto riguarda uno dei suoi celesti privilegi che il veggente combatteva e che ancora non era stato definito solennemente dal Magistero della Chiesa (lo sarà tre anni dopo: il messaggio personale al papa riguardava forse questa proclamazione?...), la Vergine, con semplicità e chiarezza, gli toglie ogni dubbio: «Il mio corpo non poteva marcire e non marci. Mio Figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso».

Continuando, la Madonna lo esorta a essere «prudente, ché la scienza rinnegherà Dio»

«Alcuni a cui tu narrerai questa visione non ti crederanno, ma non lasciarti deprimere». Al termine dell'incontro, la Madonna fa un inchino e dice a Bruno: «Sono colei che sono nella Trinità divina. Sono la Vergine della Rivelazione. Ecco, prima di andare via io ti dico queste parole: la Rivelazione è la Parola di Dio, questa Rivelazione parla di me. Ecco perché ho dato questo titolo: Vergine della Rivelazione»

 

Nel 1982, durante un’apparizione, la Madonna chiede che sia eretto un Santuario, dedicato alla Conversione, legato alla presenza dell’Apostolo Paolo in quei luoghi.

 

 

Supplica alla Vergine

 

Vergine Santissima della Rivelazione, che sei nella Trinita' Divina,

degnati, Ti preghiamo, di rivolgere a noi, il tuo sguardo misericordioso

 e benigno. Oh Maria! Tu che sei la nostra potente avvocata presso Dio,

 che con questa terra di peccato ottieni grazie e miracoli

per la conversione degli increduli e dei peccatori, f

a che otteniamo dal Tuo Figlio Gesu' con la salvezza dell'anima,

 anche la perfetta salute del corpo, e le grazie di cui abbiamo bisogno.

 Concedi alla Chiesa ed al Capo di essa, il Romano Pontefice,

la gioia di vedere la conversione dei suoi nemici,

 la propagazione del Regno di Dio su tutta la terra,

l'unita' dei credenti in Cristo, la pace delle nazioni,

affinche' possiamo meglio amarti e servirti in questa vita

 e meritare di venire un giorno a vederti

e ringraziarti eternamente in Cielo. Amen.

 

                        Tre Ave – una Salve Regina

                          (100 giorni di indulgenza)              Nihil obstat   Ilario vescovo

 
Attualità

 

La criminalità aumenta con la mancanza di vincoli familiari

 

Il Presidente del Messico sottolinea il rapporto tra rottura familiare e violenza

Di fronte alle migliaia di persone che hanno partecipato all'inaugurazione del Congresso Teologico-Pastorale precedente il VI Incontro Mondiale delle Famiglie, il Presidente del Messico, Felipe Calderón Hinojosa, ha constatato che all'aumento delle rotture familiari corrisponde un aumento della violenza.

Insieme al Capo di Stato messicano, hanno inaugurato il Congresso il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, il Cardinale Ennio Antonelli, e il Cardinale Norberto Rivera Carrera, Arcivescovo primate del Messico, così come il presidente della Conferenza dell'Episcopato Messicano, monsignor Carlos Aguiar Retes.

Il Centro Esposizioni Bancomer, situato ovest della capitale del Paese, è stato testimone di un nuovo record di presenze a questo tipo di congressi teologici, visto che gli iscritti sono stati circa 10.000. 

Nel suo intervento, il Presidente Calderón Hinojosa ha segnalato il legame esistente in Messico tra rottura familiare e crimine organizzato, soprattutto nel caso del narcotraffico, che l'attuale amministrazione federale sta combattendo in modo inusitato nella storia moderna. 

“Oggi le famiglie messicane affrontano un panorama e un ambiente caratterizzati dall'insicurezza. Il crimine, la violenza e l'esacerbazione della violenza minacciano la tranquillità di quanti amiamo di più, e minaccia quella tranquillità anche l'apologia del delitto. Per questo abbiamo dispiegato e continueremo a dispiegare tutto il potere statale contro coloro che minacciano la pace e vogliono schiavizzare con la droga i nostri figli”, ha osservato il Presidente.

Calderón Hinojosa ha ricordato la sua formazione in scuole religiose, ha chiesto la fedeltà della coppia e ha ricordato che è sotto la protezione di San Filippo di Gesù, primo santo messicano, insistendo sul fatto che il vincolo matrimoniale è una scuola di umanesimo e che la sua rottura è un passaporto per la violenza.

Nella parte centrale del suo discorso, il Presidente, che ha partecipato all'atto insieme alla moglie, Margarita Zavala, ha sottolineato che “la proliferazione di individui che fanno della violenza, del crimine e dell'odio la loro forma di vita coincide, purtroppo, in grande misura con la frammentazione e la disfunzionalità che hanno colpito il loro ambiente familiare”.

Il Capo di Stato ha quindi riconosciuto che “una grande percentuale delle persone che muoiono durante scontri tra gruppi criminali in Messico è composta da giovani sradicati da un nucleo familiare, adolescenti e giovani che si sono formati nell'assoluta carenza non solo di valori familiari, ma della famiglia stessa”.

Facendosi eco di milioni di famiglie messicane, Calderón Hinojosa ha infine affermato che Papa Benedetto XVI è costantemente invitato a partecipare alla vita del Messico – visitato cinque volte da Giovanni Paolo II – e che verrebbe ricevuto “a braccia aperte”.

 

Benedetto XVI: “Chi è con Cristo non ha nulla da temere”

Catechesi del Papa all'udienza generale sulle Lettere ai Colossesi e agli Efesini

Cristo è superiore a qualsivoglia forma di potere “che presumesse di umiliare l'uomo”, per questo con lui ogni paura si dissolve.

Continuando il suo ciclo di catechesi dedicate a San Paolo, il Papa ha riflettuto quest'oggi sulle Lettere ai Colossesi e agli Efesini.

Si tratta, ha spiegato il Papa, di Lettere che sintetizzano alcuni concetti basilari del magistero della Chiesa: Cristo è il “capo” della Chiesa e il Signore del cosmo, mentre la Chiesa è sposa di Cristo. Entrambe le Lettere, ha continuato, “ci consegnano un messaggio altamente positivo e fecondo. Questo: Cristo non ha da temere nessun eventuale concorrente, perché è superiore a ogni qualsivoglia forma di potere che presumesse di umiliare l'uomo”. “Solo Lui 'ci ha amati e ha dato se stesso per noi' – ha proseguito –. Perciò, se siamo uniti a Cristo, non dobbiamo temere nessun nemico e nessuna avversità; ma ciò significa dunque che dobbiamo tenerci ben saldi a Lui, senza allentare la presa”.

“Mi sembra – ha proseguito – che questo sia importante anche per noi, che dobbiamo imparare a far fronte a tutte le paure, perché Lui è sopra ogni dominazione, è il vero Signore del mondo”. In quanto “orma di Dio”, Cristo è il Signore anche del cosmo, ha detto il Papa, ricordando l’iconografia bizantina che spesso lo ritrae - nelle absidi delle Chiese - in veste di Pantokràtor, “seduto in alto sul mondo intero”.

Una visione, ha osservato il Pontefice, “che è concepibile solo da parte della Chiesa, per due motivi: Sia in quanto la Chiesa riconosce che in qualche modo Cristo è più grande di lei, dato che la sua signoria si estende anche al di là dei suoi confini, e sia in quanto solo la Chiesa è qualificata come Corpo di Cristo, non il cosmo”.

“Tutto questo significa che noi dobbiamo considerare positivamente le realtà terrene, poiché Cristo le ricapitola in sé, e in pari tempo dobbiamo vivere in pienezza la nostra specifica identità ecclesiale, che è la più omogenea all'identità di Cristo stesso”

La signoria di Cristo sulla Chiesa e sul cosmo, ha proseguito Benedetto XVI, è in ultima analisi il segno “dell’imperscrutabile disegno divino sulle sorti dell’uomo, dei popoli e del mondo”.  “Con questo linguaggio le due Epistole ci dicono che è in Cristo che si trova il compimento di questo mistero. Se siamo con Cristo, anche se non possiamo intellettualmente capire tutto, sappiamo di essere nel nucleo del 'mistero' e sulla strada della verità”.

“I Padri della Chiesa, del resto, ci dicono che l’amore comprende di più che la sola ragione”, ha osservato il Papa.

Per questo il dominio di Cristo ci insegna che non dobbiamo avere paura e qual è il corretto rapporto con il Creato. “Se cominciamo a capire che il cosmo è l'impronta di Cristo, impariamo il nostro retto rapporto con il cosmo, con tutti i problemi della conservazione del cosmo”.

“Impariamo a vederlo con la ragione, ma con una ragione mossa dall’amore, e con l’umiltà e il rispetto che consentono di agire in modo retto”, ha poi concluso.

 

Cardinale Arinze: il celibato sacerdotale consacra più strettamente a Cristo

Nuovo libro del porporato: "Riflessioni sul sacerdozio, lettera a un giovane sacerdote"

"La Chiesa, da sempre, ha tenuto in grande considerazione il celibato dei sacerdoti", ricorda il Cardinale Francis Arinze

"Cristo ha vissuto una vita verginale, ha insegnato ai suoi discepoli la castità e ha proposto la verginità a coloro che sono disponibili e in grado di seguire una tale chiamata", spiega il Cardinale, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

"Nella vita sacerdotale, la continenza perpetua per il regno dei cieli esprime e stimola la carità pastorale. È una sorgente speciale di fecondità spirituale nel mondo" e "una testimonianza che risplende davanti al mondo come via efficace per la sequela di Cristo".

Nel mondo di oggi, "immerso in una preoccupazione esagerata per il sesso e la sua desacralizzazione", "un presbitero che vive con gioia, fedeltà e positivamente il proprio voto di castità è un testimone che non può essere ignorato", osserva il porporato.

Attraverso il celibato sacerdotale, prosegue, "il presbitero viene consacrato più strettamente a Cristo nell'esercizio della paternità spirituale", si manifesta "con più prontezza" "come ministro di Cristo, sposo della Chiesa", e "può davvero presentarsi come segno vivo del mondo futuro, che è già presente per mezzo della fede e della carità".

Il sacerdote, avverte il Cardinale, "non deve dubitare del valore o della possibilità del celibato a causa della minaccia rappresentata dalla solitudine", presente in una certa dose in ogni stato di vita, anche in quella matrimoniale.

Sarebbe dunque uno sbaglio cercare di evitare la solitudine "buttandosi sempre più nell'attività e organizzando sempre nuovi incontri, viaggi o visite". Ciò di cui il sacerdote ha bisogno è invece "il silenzio, la quiete e il raccoglimento per stare alla presenza di Dio, dare maggior attenzione a Dio e incontrare Cristo nella preghiera personale davanti al tabernacolo", perché "solo allora sarà capace di vedere Cristo in ogni persona che incontra nel ministero".

Per vivere bene il celibato è anche importante l'apporto della fraternità, al punto che "l'ideale è che il Vescovo faccia in modo che i sacerdoti vivano in due o tre per parrocchia, piuttosto che da soli", perché "abbiamo bisogno gli uni degli altri per far crescere al massimo le nostre potenzialità".


Attualità

 

CHIESA IN INTERNET:

“NELLA RETE VOGLIAMO STARCI E NON CAPITARCI”

“Non c’è opposizione tra virtuale e reale. Il contrario del virtuale non è il reale, quanto piuttosto ciò che è attuale. Il virtuale rappresenta, dunque, una forma potenziale, nel senso che può lievitare fino a stabilire un legame sociale”. Questa “una prima conclusione” del convegno nazionale, promosso dall'Ufficio per le comunicazioni sociali e dal Servizio informatico della CEI, sul tema “Chiesa in rete 2.0”.

A tracciare un bilancio dei lavori, che si sono conclusi ieri a Roma, è don Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio CEI per le comunicazioni sociali. In un’intervista al SIR, Pompili spiega che la “prima acquisizione”, emersa durante l’incontro, è che “non bisogna scegliere tra virtuale e reale, semmai integrare. Sono due esperienze che, in qualche modo, si completano a vicenda; l'importante è che dalle connessioni telematiche si giunga a delle relazioni compiute”.

A questo dato, prosegue il direttore dell’Ufficio CEI, “si aggancia una seconda conclusione: l'individualismo networkizzato (secondo la definizione del sociologo Castells) dice che certamente la fruizione quotidiana di Internet è fatta da singoli individui, ma paradossalmente questa produce relazioni.

L'individualismo può essere superato attraverso una trama di socialità, che è propria dei social network, come avviene con Facebook, dove più che per lo scambio di semplici contenuti ci s'incontra personalmente”. “La terza conclusione” del convegno, prosegue Pompili, “è che, in ambito ecclesiale, bisogna curare l'identità, ma anche i linguaggi.


Ancor prima di navigare occorre avere un'identità precisa e, per questo, riconoscibile. Questo vuol dire utilizzare tutti i linguaggi, che la tecnologia oggi offre. La disanima dei siti presenti nelle diverse realtà ha mostrato una ricchezza impressionante di linguaggi. C’è una grande creatività diffusa: attualmente sono in Rete circa 12 mila siti cattolici. Questo dà la misura di quanta ricchezza ci sia".

La Chiesa, quindi, è presente nel Web con diverse iniziative: secondo un’indagine sulle parrocchie italiane e Internet, commissionata dall’associazione webcattolici (www.webcattolici.it) e presentata durante il convegno, il 16% delle 26 mila parrocchie ha un proprio sito e 7 su 10 hanno una connessione ad Internet.

La Chiesa – spiega il direttore dell’Ufficio CEI – intende abitare il nuovo territorio virtuale. Nella Rete vogliamo «starci» e non «capitarci». La Rete è una scelta e non semplicemente un caso”. Per Pompili, “il virtuale rappresenta il luogo dove poter incontrare molte persone, in particolare i giovani. Prescindere da Internet – conclude il direttore – vorrebbe dire precludersi di dialogare con le generazioni più digitali”.

Cosa ha detto il PAPA

 “Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi, in particolare, ai giovani cattolici, per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede. Carissimi, sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! Nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli e i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo. A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo "continente digitale". Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei! Voi conoscete le loro paure e le loro speranze, i loro entusiasmi e le loro delusioni: il dono più prezioso che ad essi potete fare è di condividere con loro la "buona novella" di un Dio che s’è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto per salvare l’umanità. Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa. A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Il Papa vi è accanto con la sua preghiera e con la sua benedizione”.

Il Papa incoraggia la presenza della Santa Sede su YouTube

La Santa Sede ha lanciato questo venerdì un canale ufficiale su YouTube (http://www.youtube.com/vatican), la piattaforma di pubblicazione di video più popolare del mondo, con l'esplicito appoggio di Benedetto XVI. Il canale diffonde video-notizie – per il momento in inglese, spagnolo, tedesco e italiano – sull’attività del Papa e gli eventi vaticani, con una durata non superiore ai due minuti e aggiornamento quotidiano (una o due notizie al giorno). Secondo quanto ha spiegato padre Federico Lombardi S.I. come direttore del Centro Televisivo Vaticano (CTV) e della “Radio Vaticana”, le due istituzioni responsabili dell'iniziativa, “il Papa è stato personalmente informato del nostro progetto e lo ha approvato con la sua abituale gentilezza e cordialità. Questo per noi un grandissimo incoraggiamento”. Per il sacerdote, che è anche direttore della Sala Stampa della Santa Sede, l'avventura appena iniziata in realtà ha avuto un periodo di gestazione di oltre un anno e mezzo, da quando cioè la “Radio Vaticana” e il CTV hanno iniziato a pubblicare sui loro rispettivi siti la produzione quotidiana di immagini e testi e a metterla a disposizione di tv, web tv e altri siti interessati alla vita della Chiesa. “Siamo convinti che dappertutto ci siano persone attente e sensibili, interessate ai messaggi, alle proposte, alle posizioni sui grandi problemi del mondo d'oggi di una autorità morale di alto livello come il Papa, e in generale la Chiesa cattolica”, confessa padre Lombardi. “Perciò la scelta di YouTube come piattaforma adatta per diventare presenti sulla Rete, in uno dei grandi 'areopaghi' della comunicazione nel mondo di oggi, ed esservi presenti con regolarità, in modo da poter offrire una fonte di riferimento attendibile e continua, al di là dei moltissimi frammenti di informazione su Papa e Vaticano presenti sulla Rete in modo piuttosto casuale o disperso”.

“E' importantissimo capire che noi lavoriamo sul Vaticano, ma siamo naturalmente in rapporto con la Chiesa cattolica diffusa nel mondo, e perciò formiamo una grande 'rete nella Rete' insieme ai canali, Siti e media della Chiesa”, ha chiarito.Il canale ha anche la possibilità di inviare messaggi per e-mail. La responsabilità della loro lettura ricade su padre Lombardi e i suoi collaboratori.

“Noi siamo convinti di fare una offerta bella e costruttiva per il popolo della Rete e prendiamo questa strada con fiducia in atteggiamento di amicizia e dialogo con tutti, disposti anche noi ad imparare molto. Speriamo di fare un lungo cammino”, ha concluso.


Notizie dal Casentino

 

 

 

 

 

Rubrica VIVERE IN CASENTINO

A cura del direttore Silvia PECORINI

 

IL VIVAIO DI CERRETA

 

Il Vivaio Forestale di Cerreta è ubicato nella Foresta di Camaldoli a 855 metri di altitudine. Secondo il “Registro Storico della foresta demaniale inalienabile di Camaldoli” il suo impianto risale al 1881 nel quale si legge “Nell’anno 1896 si migliorarono i modi di concimazione, coltivazione, semine e trapianti rendendoli più razionali ed intensivi, si introdusse il trapianto con la tavola forata in aiuole divise da solchi battuti con mazzeranga…”.    Il servizio agricoltura  della Comunità Montana del Casentino ha iniziato da alcuni anni a raccogliere nelle aziende agricole della vallata informazioni circa la presenza di “vecchie” piante da frutto, soprattutto meli e peri. Ad oggi sono a dimora circa 50 esemplari. Oggi a Cerreta si producono piantine per gli imboschimenti, i rimboschimenti e per i miglioramenti ambientali, nonché piante per uso ornamentale e per la produzione di frutta. Nell’ambiente si fa uso di metodi di coltivazione tradizionali che richiedono un’accurata lavorazione del terreno e limitano l’uso di prodotti chimici di forte impianto ambientale. La raccolta dei semi viene fatta direttamente prelevando il materiale tra le migliori piante madri autoctone, la semina eseguita in pieno campo, in autunno o primavera a seconda della specie, viene fatta collocando il seme in piccoli solchi coperti da terriccio e proteggendola con una rete nera allo scopo anche di ombreggiare il terreno.   Tutti possono contribuire alla salvaguardia di queste varietà basta telefonare ad uno dei seguenti numeri: 0575/507216-217-283 e segnalare la presenza di vecchie piante da frutto e concordare un sopralluogo per la raccolta di alcuni frutti (quando sono maturi), per fotografarli e per compilare la relativa scheda pomologica. Tra le produzioni presenti ricordiamo le specie forestali come l’abete bianco, il castagno e le specie nobili a legno pregiato; specie arboree quali biancospino, ginestre, maggiociondolo, rosa canina, salici, sorbi; e frutti scomparsi come diverse varietà di mela e di pera e la ciliegia Cappellina. Sia le piantine che il materiale di propagazione sono a disposizione di chi è interessato alla loro coltivazione rivolgendosi al Servizio Foreste (0575/507283–Vivaio Cerreta 0575/556134), e-mail: fabiociabatti@casentino.toscana.it.

 


Approfondimenti

 

2009:  CROLLO DEL CAPITALISMO ?

 

Il 1989 segnò il crollo dell’Est comunista. Venti anni dopo, il 2009, vedrà il crollo dell’Occidente? Nouriel Roubini parla della “più grande bolla finanziaria e creditizia della storia”. E afferma senza indugio: “Il sistema finanziario del mondo ricco si sta dirigendo verso un crollo”. Non è solo un disastro finanziario, perché il Mercato è stato la moderna religione dell’Occidente: è anche un fallimento ideologico e morale.  La tempesta è appena cominciata e non si sa quando e come ne usciremo. Personalmente consiglio di tener presenti due bussole per non smarrirvisi del tutto. Dirò dopo i loro nomi. Ma prima facciamo un passo indietro. Prima bisogna riconoscere l’enormità del fallimento dell’Occidente. Bisogna evitare di usare lo stesso paraocchi ideologico dei comunisti, che, incuranti delle smentite della storia, continuavano a professare il “dottrina marxista” come la scienza economica e sociale definitiva e infallibile.

Certi liberisti puri e duri oggi sono egualmente dogmatici. Sul Corriere della sera, Piero Ostellino, commentando i recenti dati natalizi sul ribasso dei prezzi e il relativo aumento del potere d’acquisto delle famiglie, ne traeva questa singolare conclusione: “il mercato ha messo le cose a posto da solo. Non c’è stato bisogno dell’intervento della politica. Che avrebbe fatto danni. I prezzi sono scesi a causa della crisi economica”. Non c’è stato bisogno dell’intervento della politica? Viene da chiedersi in che pianeta viva Ostellino. Forse non gli è giunta la notizia del più gigantesco intervento degli Stati nelle economie americane ed europee degli ultimi 50 anni, intervento che (solo) per ora che ha evitato la catastrofe finanziaria del mondo (facendoci trascorrere un Natale non tragico). Intervento tuttora in corso che molto altro dovrà fare.  

Certo, bastava già tener presente la crisi del ’29 e quello che ne seguì per rendersi che lo Stato è un attore fondamentale dell’economia moderna. Forse la novità di oggi è che pure l’intervento pubblico potrebbe non bastare più. Il “rischio Argentina”, la bancarotta, è un fantasma che agita i sonni di tanti. In ogni caso per evitarlo o per limitare il disastro o per rinascere dalle macerie, bisogna disporre di un pensiero della crisi, capire l’errore e trovare una diversa strada.

I due avversari

Il crollo del comunismo del 1989 ebbe un’interpretazione ufficiale, tanto sbandierata quanto sbagliata. Fu il testo di Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo” (1992). Vi si proclamava l’Occidente democratico e capitalistico come universale approdo della storia del mondo. Il “trionfo dell’Occidente” che pretendeva di concludere idealmente la storia fu tradotto dagli Usa di Clinton con il “pensiero unico” del mercato e dell’uomo consumatore (il primato assoluto dell’economia ebbe la sua traduzione tecnocratica anche nell’Europa della moneta unica).

Al regno universale del mercato fu annessa anche la Cina (ufficialmente nel 1994) e nacque quella che Giulio Tremonti ha chiamato la “Chimerica”, ovvero Cina più America. Con la new economy e con il sistema statunitense che continuava a indebitarsi per finanziare i consumi privati e la Cina che produceva per l’Occidente comprando il debito degli americani. Sono le premesse del collasso odierno.

Nel 2001 ci fu la prima smentita della storia: l’11 settembre, le “Torri gemelle”, così vicine a Wall Street. Cosa significava quel fatto lo aveva spiegato in anticipo Samuel Huntington nel suo “Lo scontro di civiltà” (1996). Huntington criticava il “nuovo ordine mondiale”, in polemica con Fukuyama, spiegando che non esiste solo il mercato e che la storia è fatta di diverse civiltà, culture, religioni e identità. Le quali non si fanno spazzar via dalla religione del produrre e consumare. Huntington ammonì che quella mercatista era una “illusione di armonia destinata ben presto a rivelarsi appunto tale”. Infatti arrivò l’11 settembre 2001. Confermando l’analisi di Huntington che vedeva la cultura islamica fra le più refrattarie all’omologazione occidentale. Paradossalmente il testo di Huntington fu poi usato (suo malgrado) in chiave “neocon” come premessa ideologica del progetto di esportazione della democrazia, ovvero delle guerre di Bush. Che è stato un altro tentativo – fallito – di omologare il mondo al modello occidentale. Finché è esplosa definitivamente la crisi del sistema americano. Ma perché siamo arrivati a questo? Dove abbiamo sbagliato? E’ inverosimile che ad accendere una luce siano coloro che hanno provocato la notte. Ma dov’è un intellettuale, un libro, un pensiero che può accendere una luce diversa nella notte?

Buttare Smith

Consiglio un profetico saggio di Joseph Ratzinger del 1985 che annunciava (con anni di anticipo) sia il crollo del comunismo che del capitalismo liberista. E li prevedeva provocati da uno stesso errore filosofico. In sintesi Ratzinger punta il dito sull’idea “risalente a Adam Smith” che sta alla base del pensiero liberista e della rapacità e degli errori che hanno portato gli Usa al collasso. Per questa idea “il mercato è incompatibile con l’etica, giacché i componenti volontaristicamente ‘morali’ sono contrari alle regole del mercato e non farebbero altro che tagliar fuori dal mercato gli imprenditori ‘moraleggianti’. Per questo l’etica economica è stata considerata per molto tempo come un ‘ferro di legno’, perché nell’economia si deve guardare solo all’efficienza e non alla moralità. La logica interna del mercato ci dispenserebbe dalla necessità di dover fare affidamento sulla moralità più o meno grande del singolo soggetto economico, in quanto il corretto gioco delle regole del mercato garantirebbe al massimo il progresso e pure l’equità della distribuzione”. Sebbene si definisca “liberista”, obietta Ratzinger, questa filosofia, nella sua essenza, è “deterministica” perché presuppone che “il libero gioco delle forze di mercato spinga verso una sola direzione, cioè verso l’equilibrio fra offerta e domanda, verso l’efficienza economica e il progresso”, con lo “sconcertante presupposto” che “le leggi naturali del mercato sono essenzialmente buone e conducono necessariamente al bene, senza dipendere dalla moralità della singola persona”.

La realtà dice l’opposto e non solo con la crisi attuale, ma – già prima - con le grandi contraddizioni planetarie prodotte dall’economia capitalistica: la fame e la miseria di tre quarti dell’umanità, squilibri e tensioni sociali crescenti e gravissime devastazioni ambientali. Il marxismo, spiega Ratzinger, è un “determinismo” ancora più spinto, perciò più violento e fallimentare (“promette la totale liberazione come frutto di un determinismo”). Entrambi i casi si basano sull’utopia ideologica di un meccanismo così perfetto – come diceva Eliot – da rendere inutile all’uomo essere buono. Invece, spiega Peter Koslowski, “l’economia non è retta solo dalle leggi economiche, ma è guidata dagli uomini”. L’eliminazione del “fattore uomo” nel marxismo è stata radicale. Nel liberismo più sfumata, ma simile e alla fine il profitto come regola a se stesso ha prodotto il disastro. Occorre qualcosa che stia sopra al profitto e sopra al meccanismo della produzione. Ma qua la crisi planetaria si intreccia con la scelta individuale, con ciò che rende personalmente “buono” l’essere umano. Quindi con Dio. Tremonti nel suo libro “La paura e la speranza” ha il merito di averlo intuito. E di aderire all’appello della Chiesa – davanti a questa grande crisi di civiltà - di un radicale ripensamento delle nostre scelte individuali e collettive, di un’autocritica e di una grande conversione.

 

Tratto da un articolo di Antonio Socci


ULTIME… DI COPERTINA

 

Vi segnalo un libro "LA SPERANZA INDIANA" del giornalista Federico Rampini Edizione Mondadori. Egli descrive, a mio parere in modo obiettivo e chiaro, le vicende dell'India dalle origini di 5000 anni fa ad oggi . . . A pagina 97 parla del concetto che aveva Gandhi spesso travisato dagli occidentali. Alcuni infatti hanno tradotto la parola satyagraha con non violenza e resistenza passiva, (tutto ciò implica: negazione, assenza . . . ) mentre invece Gandhi si riferiva alla "forza della verità" sul fatto che i conflitti si devono risolvere facendo leva sui valori comuni e le qualità con l'avversario, rispettandolo e persino amandolo. Sappiamo che Gandhi  si era interessato delle varie religioni . . .  e il concetto di cui sopra  è ispirato ai principi del Cristianesimo e non solo. E' evidente che l'amore e il rispetto  sono necessari sempre (in famiglia e verso noi stessi...) non solo nei riguardi di un vero avversario.

 

LA   PREGHIERA

" La preghiera è la medicina che guarisce". Queste parole della Regina della pace vanno prese alla lettera. Noi siamo come un fiore che, senza qualche goccia d'acqua ogni giorno, appassisce e muore.

La preghiera, se fatta col cuore, è una medicina straordinaria che guarisce tutto l'uomo. Guarisce la mente, che viene liberata dalle oscurità, dalle preoccupazioni e dalle ossessioni quotidiane. Guarisce il cuore, perchè porta la pace e la serenità. Guarisce la volontà, perchè infonde forza e costanza. Anche il corpo ne viene beneficato.

Non ci sono medicine che possano guarire dal male di vivere, dagli scoraggiamenti, dalle angosce e dalla disperazione. Ciò che non ti può dare la medicina, te lo dona la grazia della preghiera.

 

Trova ogni giorno qualche momento per rientrare in te stesso e per ritrovare Gesù nel tuo cuore. Non solo è l'amico con cui confidarti, ma è anche il medico che ti guarisce. La sua luce e la sua forza risanano tutta la nostra persona, ben oltre le possibilità di cui l'uomo dispone.