Parrocchia di San Martino a Vado

InStrada in Casentino

 

 

 

 

 

 

 

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Bimestrale di Formazione ed Informazione

della Comunità di Strada in Casentino

 

 

 

 

 

 


 

 

Anno VI  -  N. 34       Marzo  -  Aprile 2009



Se non avessi la carità non sono nulla

Numero speciale sul piano pastorale diocesano 2008/2009

 

 

 

SOMMARIO

 

 

q       Editoriale                                        pag. 3   Se non avessi la carità

 

q       Il piano 2007/2008                          pag. 4    Terza parte

 

q       Le preghiere del mese                    pag. 9  Preghiere

 

q       Veglia  di  preghiera                       pag. 10  Un segno d’Amore

 

q       Notizie della nostra comunità         pag. 14   Galleria Frate Francesco

    Strada ad Assisi

 

q       Rubrica                                           pag. 15  I Santuari d’Italia

q       Il Magistero                                    pag. 17   Quaresima

 

q       Attualità                                          pag. 19  Mino Reitano

pag. 22  Paolo Brosio

q       Notizie dal Casentino                     pag. 23  I Della Robbia in mostra

 

q       Approfondimenti                             pag. 25   Il Vaticano

 

Il giornalino può essere scaricato su internet

all’indirizzo www.parrocchiastrada.net

EDITORE: Giancarlo BRESCIANI (Resp. Leg. Parrocchia San Martino a Vado)

DIRETTORE RESPONSABILE: Silvia PECORINI

COLLABORATORI: Serena Tarani, Paola Boncompagni, Amalia Bonciani

REDAZIONE: Antonio Fani - P.za Piave n° 17/A - Strada in Casentino (AR)

Autorizzazione Tribunale di Arezzo n° 3 del 23/02/2005

 


 



Editoriale

 

Se non avessi la carità non sono nulla

 

 

La novità portata in noi da Gesù Cristo è una trasformazione profonda del nostro essere. Tutto parte dalla Croce che è potenza e sapienza di Dio ed è anche fondamento della carità.

Nella Croce, Gesù, pone l’umanità prima di Se stesso, la sua vita è crocifissa per la nostra: con essa ci dice che amare significa preferire l’altro a se stesso. La logica cristiana è all’opposto di quella del mondo fondata sull’egoismo e sulla preoccupazione di sé stessi. L’amore conduce invece al dono di sé ed al servizio degli altri.

La più profonda verità su Dio è che Dio è Amore. E se Dio è Amore, l’amore è anche la più profonda verità dell’uomo. L’essenza dell’umanità nuova è l’amore. La carità costituisce la forza che rende una persona veramente umana e cristiana.

Il cammino della quaresima ci chiama a riscoprire il grande mistero dell’Amore di Dio e la nostra imitazione di Lui nella vita.

La carità è l’anima della comunione su cui si costruisce la vita della Chiesa. Giovanni Paolo II scriveva, occorre “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia”.

L’amore è l’unica forza per trasformare e migliorare il mondo.

 

 

Il vostro parroco, don Roberto

 

 

 


Terza parte del piano

 

Tempo di Quaresima

 

3. «Se non avessi la carità non sono nulla»

 

Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.

Dalla Prima lettera ai Corinzi, 12,1-8

 

1. Camminare in una vita nuova

A leggere con attenzione le lettere di Paolo ci si accorge di un fatto singolare. L’apostolo parla della vita nuova dei cristiani descrivendola quasi come un paradiso in terra, un’eternità già contenuta nel tempo. Gli esempi che si potrebbero fare sono numerosi: «In lui siete stati risuscitati» (Col 2,12), «se siete risorti con Cristo» (Col 3,1) e ancora: «voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). In effetti, Paolo è assolutamente certo che la grazia ha determinato in noi una trasformazione fondamentale, e la sua preoccupazione è quella che i credenti comprendano davvero questa novità realizzata in loro da Gesù Cristo.

C’è una sapienza del mondo, dice Paolo, che va definitivamente abbandonata per lasciar spazio alla sapienza di Dio, che si è manifestata in Cristo crocifisso e risorto. La croce di Cristo, lungi dall’essere sinonimo di dolorismo, costituisce la vera identità della carità: scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani, per i credenti la croce è potenza di Dio e sapienza di Dio. Colpisce soprattutto l’insistenza di Paolo nel contrapporre la sapienza di Dio a quella dei dominatori di questo mondo.

Da una parte, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, la logica della violenza e della ritorsione che rende l’uomo schiavo e lo umilia nella sua più profonda identità, la ricerca sfrenata della ricchezza o della soddisfazione a ogni costo: dinamiche che ferivano anche la piccola comunità cristiana di Corinto e contro le quali Paolo prende posizione con forza, e che ancora oggi sono in grado di produrre profonde divisioni nel cuore della comunità credente.

Dall’altra, la proposta di una nuova sapienza che si oppone alla prima e che trova nell’amore rivelato da Cristo il senso e, diremmo, la forma attuata dallo stesso Cristo Gesù nella storia degli uomini. È la potenza della Croce, potenza che si manifesta e si concretizza proprio nella debolezza, secondo quel meraviglioso rovesciamento di prospettiva, proprio il ribaltamento di ogni mentalità mondana, che Gesù stesso rivela a Paolo: «Egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10).

Amare significa preferire l’altro a se stesso, significa che la vita dell’altro viene prima della mia, che la mia vita è, in un certo senso, crocifissa alla vita dell’altro.  Proprio come Paolo ha sperimentato in rapporto alla persona di Gesù: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Una logica che, in Cristo, ci è dato di declinare nelle innumerevoli forme della nostra dedizione personale e comunitaria: non sono più io che vivo, ma è il mio fratello, la mia sorella, mio marito, mia moglie, i miei figli, che vivono in me.

 

Il tempo di Quaresima ci invita con forza ogni anno a “fare il punto” sulla verità della nostra scelta di fede. A partire dalla riflessione di Paolo, possiamo chiederci in che misura abbiamo messo in discussione la sapienza del mondo fondata sull’egoismo e sulla preoccupazione di se stessi, per abbracciare la logica della croce e del dono di sé a servizio degli altri. Seguire Gesù nel suo digiuno nel deserto e nel suo confronto con la logica mondana di satana significa contestare profondamente ogni forma di potere e di sopraffazione dell’uomo sull’uomo per scegliere, con Paolo, la via del servizio e della dedizione a tutti i costi: «Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno» (1Cor 9,22).

 

2. L’accoglienza del “dono divino” della carità

Nella morte in croce di Gesù, ci è stata definitivamente rivelata la più profonda verità di Dio: Dio è amore. Che è anche la più profonda verità della persona umana: anche l’uomo è amore, e se non è amore non è nulla! Sta qui, in effetti, la vera e originaria differenza cristiana, la caratteristica principale della novità del Vangelo: la carità. Se, infatti, il dono di sé che Gesù ha portato a compimento sulla croce è l’atto creatore, l’essenza dell’umanità nuova, allora la carità non è in nessun modo un comportamento semplicemente augurabile, una scelta conveniente e verso la quale è importante esortare i credenti. Non si tratta di una scelta opzionale o riservata, magari, a coloro che si consacrano in modo definitivo a Dio nel sacerdozio o nella vita religiosa. La carità è la condizione indispensabile dell’esistenza cristiana. Proprio come afferma Paolo: «senza la carità non sono niente» (1Cor 13,2).

In effetti, tale è la radicalità che Paolo ci mette davanti nel suo celebre elogio della carità che viene da chiedersi se non si tratti di affermazioni paradossali o esagerate: il cristiano dovrebbe veramente sperare tutto, sopportare tutto, coprire tutto, dovrebbe davvero essere paziente, benigno, mite, umile, schivo, modesto? Eppure, a leggerlo con attenzione, il testo di Paolo non è altro che una “traduzione” della parte finale del discorso della Montagna, e precisamente quel vangelo delle beatitudini che, come ci insegnano gli studiosi, non è altro che un ritratto di Gesù, il vero mite, puro di cuore, pacifico e misericordioso.

Così, Paolo ci sta semplicemente ricordando che la carità è stata la caratteristica principale dell’umanità di Cristo e che costituisce, per noi oggi, l’unica forza in grado di rendere una persona veramente umana e cristiana. Una carità che contiene in sé una straordinaria potenza creatrice, un’ine­sauribile energia di trasformazione. E questo reciprocamente: nel senso che diventano veramente umani e cristiani sia coloro che amano sia coloro che sono oggetto di questo amore. Ed era proprio pensando a questa forza sorgiva che è il dono divino della carità, che il dottore della Chiesa san Giovanni della Croce poteva suggerire a una sua figlia spirituale: «dove non c’è amore, metti amore e troverai amore».

L’amore a cui il cristiano è chiamato, in altri termini, non ha una motivazione né psicologica né sociologica, ma teologica: il cristiano ama perché spinto e sostenuto da un amore assai più grande di lui, che lo ha già investito, purificato e potenziato. È l’atto creatore di Gesù Cristo, che si rinnova ogni volta nella vita del credente e in quella della comunità.

Per Paolo, la carità precede addirittura la fede: «Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!» (1Cor 13,13). Essa è la via migliore di tutte perché è la sola dimensione nella quale ogni persona può essere accolta senza pregiudizi o colpevolizzazioni, proprio come Gesù ogni volta ha accolto chi si rivolgeva a lui, non annunciando altro che la gratuità dell’amore di Dio. Un amore che, oggi come allora, è chiamato a diffondersi, a creare e rinnovare il mondo. Ed è proprio perché l’amore di Dio si espande ed è una continua e inesauribile fonte di vita, che prende assoluta importanza l’amore vicendevole, la comunione all’interno della comunità cristiana, autentico laboratorio di umanizzazione in cui la vita di Cristo si moltiplica in noi diventando infinitamente feconda.

 

Il cammino della Quaresima ci chiama a riscoprire il mistero grande dell’amore di Dio che – come scrive Paolo ai Romani – «è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato» (5,5). Dio, infatti, ha dimostrato il suo amore per noi attraverso il dono di Cristo il quale – a differenza di chiunque altro nel corso della storia – è morto per noi quando ancora eravamo peccatori (cfr. 5,8). In che misura, a livello personale e comunitario, viviamo la gratuità di questo amore che si dona prima ancora di avere qualcosa in cambio e, proprio per questo, ha la forza di trasformare il mondo?

 

3. Promuovere una spiritualità della comunione: avere il pensiero di Cristo

Così come Paolo la descrive parlando ai credenti di Corinto, al centro della comunità cristiana c’è e non deve esserci altro che la carità. La carità è l’anima della comunione sulla quale si costruisce la vita della Chiesa. Per Paolo, ciò che ci costituisce come Chiesa non è tanto ciò che si fa – il parlare tutte le lingue del mondo, avere il dono della profezia, convertire tutta l’umanità, l’essere bravissimi, magari, nel riempire le chiese, il saper organizzare perfettamente, e anche fino all’eroismo, le nostre strutture caritative – ma il modo in cui si costruisce e si vive la comunione. Era quello che già ci invitava a riscoprire il compianto papa Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Novo millennio ineunte, quando parlava della spiritualità di comunione, intorno alla quale abbiamo lavorato durante l’anno pastorale 2001/2002: la comunione, scriveva il papa, «incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa. La comunione è il frutto e la manifestazione di quell'amore che, sgorgando dal cuore dell'eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona (cfr Rm 5,5), per fare di tutti noi “un cuore solo e un'anima sola” (At 4,32)» (n. 42).

L’invito del Signore alla comunione è troppo chiaro e diretto per poterne ridurre la portata. «Tante cose, anche nel nuovo secolo – continuava papa Giovanni Paolo II –, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità (agape), tutto sarà inutile… Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo» (nn. 42-43).

È un compito molto concreto e pratico, che si fonda sulla promozione di una spiritualità della comunione che ci insegni a vedere l’altro come qualcuno che mi appartiene, riconoscendo in lui prima di tutto ciò che possiede di positivo, accogliendolo e valorizzandolo come un dono di Dio, un dono per me oltre che per il fratello che l’ha direttamente ricevuto. «Spiritualità della comunione è saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie» (NMI n. 43).

Non è difficile rendere concreto e immediato per noi l’appello di Paolo alla Chiesa di Corinto. Possiamo riascoltarlo come rivolto alla nostra Chiesa di Fiesole e chiederci come l’apostolo avrebbe esemplificato le sue contrapposizioni davanti ai comportamenti dei cristiani di oggi. Chiederci, in altri termini, quali sono le nostre resistenze al dono di noi stessi, quali i punti sui quali facciamo fatica a stabilire una vera comunione reciproca, quali sospetti nutriamo gli uni nei confronti degli altri, quali paure e ritrosie.

Potremmo attualizzare questa riflessione chiedendoci anche: in diocesi e nelle parrocchie gli organismi che esprimono l’aspetto comunitario della vita ecclesiale  manifestano, vivono, promuovono veramente la comunione? Sono organismi con poca incidenza sulla prassi pastorale, oppure sono luogo dove la vita ecclesiale si rende visibile, si elabora, si costruisce? In altri termini, facciamo della comunione la vera priorità della nostra pastorale, proprio come Paolo cercava a tutti i costi di far comprendere ai Corinzi? Dopo tutto, il primato della carità si concretizza anche nel primato della comunione ecclesiale, quel senso di viva ecclesialità

 

Potrebbe essere un frutto fecondo della nostra Quaresima, esito autenticamente “pasquale” della nostra esperienza di fede, quello di riconoscere l’urgenza della comunione come la vera priorità del nostro cammino ecclesiale. Tale consapevolezza potrebbe divenire impegno a concentrare ogni nostro sforzo per promuovere la spiritualità di comunione nei nostri rapporti interpersonali e nel dinamismo della nostra vita comunitaria. Vivere la comunione ad ogni costo, anteponendo l’esigenza della comunione a qualsiasi altra considerazione di ordine pratico o pastorale: sarebbe la via per dare concreto ascolto al magistero paolino.


Le preghiere del mese

 


PER AMORE!

Signore Gesù,
che hai creato con amore,
sei nato con amore,
hai servito con amore,
hai operato con amore,
sei stato onorato con amore,
hai sofferto con amore,
sei morto con amore,
sei risorto con amore,
io ti ringrazio
per il tuo amore per me
e per tutto il mondo,
e ogni giorno ti chiedo:
insegna anche a me ad amare!
Amen.

 

CONTENTI DI ESSERE

FIGLI...

Che oggi ci possa essere la pace dentro te.
Che tu possa credere nel tuo più alto potere:
che tu ora ti trovi esattamente nel posto in cui il tuo destino voleva tu fossi.

Che tu possa sempre tenere a mente le infinite possibilità che nascono dalla fede.
Che tu possa usare i doni che hai ricevuto, e trasmettere l'amore che ti è stato dato...

Possa tu essere sempre contento
di sapere di essere figlio di Dio...
Lascia che questa presenza si radichi nelle tue ossa,
e consenti alla tua anima
di cantare la libertà,
di danzare, di glorificare, e amare.
È là per ciascuno di voi!

 

Tu, mia luce

Affinché coloro che mi guardano
non vedano la mia persona,
ma Te in me.
Rimani con me.
Così risplenderò del Tuo splendore
e potrò essere luce per gli altri.
La mia luce verrà da Te solo, Gesù,
non sarà mio nemmeno un piccolo raggio.
Sei Tu che illuminerai gli altri attraverso di me.
Ispirami la lode che Ti è più gradita,
illuminando gli altri attorno a me.
Che io Ti annunci
non con le parole ma con l'esempio,
con la testimonianza dei miei atti,
con lo scatto visibile dell'amore
che il mio cuore riceve da Te.
Amen.

( Madre Teresa di Calcutta)


                     Veglia di Preghiera

UN SEGNO D’AMORE

 

CANTO – ESPOSIZIONE

 

Rit. Rivelaci il tuo amore, o Signore

SAC.

- Nella Chiesa che tu hai fondato

- Nel mondo che ricerca la pace

- Nelle singole nazioni che vogliono più stabilità

- Negli uomini che attendono più giustizio

- In chi soffre la fame e l’abbandono

- In chi è lacerato dalla guerra e dall’oppressione

- In chi è trascinato dal consumismo e di mass media

- In chi non sente più il bisogno di te

- In chi non sa ascoltare la tua Parola

- Nei giovani aperti alla verità nell’amore

- Negli anziani desiderosi di serenità e di affetto

- Nelle famiglie che ti hanno dimenticato nelle famiglie che non si amano più

- Nelle famiglie che han ritrovato la preghiera

- Nelle famiglie che celebrano al tuo altare

 

TUTTI

O Signore, Gesù Maestro e Salvatore, noi adoriamo riconoscendo la tua presenza, il dono rinnovato del tuo amore, della tua grazia nel segno del pane e della parola. Tu vivi e operi in mezzo a noi compiendo ancora miracoli di conversione e di guarigione. Fa che, impegnati nella fede, sappiamo riconoscerli e testimoniarli nel nostro quotidiano.

Pregare significa per noi scoprire con te, nel tuo spirito, il progetto del Padre per divenire anche noi dono d’amore gratuito, totale e immediato, capaci di affascinare con la parola, di salvare con segni eucaristici, di impegnare con la nostra vita numerosi fratelli che tu stesso hai affidato a noi in un disegno divino di redenzione. Noi ti preghiamo con insistenza per loro e per ciascuno di noi.

 

LETTORE

Dalla lettera di San Paolo ap. Ai Colossesi      (3, 12-17)

 

     Fratelli, rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.

     Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!

     La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali.

     E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.

Parola di Dio

 

 

**RIFLESSIONE**

 

 

SILENZIO       -         CANTO

 

 

            RIPETIAMO

Signore, noi ti adiriamo

Signore, perdona le nostre miserie

Signore, ascolta la nostra preghiera

Signore, non dimenticare che si è allontanato

Signore, accresci tu la nostra fede

Signore, guarisci le nostre infermità

Signore, parla ancora al nostro cuore

Signore, noi ti adoriamo

 

 

TUTTI

Signore, noi vogliamo che tutta la nostra vita sia plasmata da te, attratta dalla tua presenza d’amore per sentirci in modo vivo un solo corpo con te. La società ha bisogno di comunità vitali che siano fermento di novità e di rinascita morale e umana, ha bisogno che noi battezzati ci impegniamo come membra palpitanti e attive del tuo Corpo di Salvatore.

La nostra adorazione a te, pane di rigenerazione, è l’atteggiamento del povero che ha fame di te e della tua parola. Saziaci con il tuo amore, perché battezzati, cioè immersi con te nell’amore trinitario, possiamo rendere onore e glori al Padre per tutti i secoli dei secoli. Amen.


 

LETTORE

 

Dall’Enciclica Novo Millenio Inuente

Una Spiritualità di comunione

 

43. Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo.

Che cosa significa questo in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque come “uno che mi appartiene”, per sapere condividere le se gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un “dono per me”, oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiamo e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita.

 

PAROLA DELLA CHIESA

 

RIFLESSIONE E SILENZIO

 

Rit. DONACI IL TUO AMORE, SIGNORE

- Quando ci uniamo nelle case a condividere le nostre esperienza

- Quando ci sediamo alla mensa per ricomporre la nostra fraternità

- Quando condividiamo i momenti di sofferenza e di lutto

- Quando viviamo insieme momenti di gioia e di festa che rinsaldano il nostro amore

- Quando contrasti o problemi di varia natura sembra che rompano la nostra unità

- Quando tra giovani e anziani sorge un incompatibilità da superare nella fede

- Quando nel travaglio della vita ognuno deve fare la sua parete con fatica

- Quando la società ci è di tentazione nel fascino del piacere e dobbiamo reagire

- Quando il rimanere cristiani ci costa scelte difficili che potrebbero isolare

- Quando la nostra unione, consacrata all’altare, ha bisogno di essere rinnovata nella Messa

  domenicale

- Quando sentiamo il bisogno di nutrirci del Pane di risurrezione nelle nostre povertà

 

CANTO

 

Lettore: Io sono la vera vite e voi i tralci… ogni tralcio che porta frutto lo porta perché porti più frutto.

Tutti: Noi crediamo che Tu sei in noi; ci vogliamo impegnare a rimanere sempre con Te

Lettore: Chi rimane in me ed io in Lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla

Tutti: Signore Gesù, vogliamo essere sempre con Te, non vogliamo essere seccati e bruciati nel non-senso

Lettore: Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.

Tutti: Promettiamo di accogliere sempre le tue parole, di osservare i tuoi comandamenti come Tu hai osservato con fedeltà i comandi del Padre

Lettore: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri

Tutti: Amare significa donare la vita per gli altri. Aiutaci ad amare in questo modo. Così capiremo di non essere i tuoi servi ma i tuoi amici.

 

BENEDIZIONE EUCARISTICA

 

CANTO FINALE


Notizie della nostra Comunità

 

LA “GALLERIA FRATE FRANCESCO” NELLA BASILICA DI SAN FRANCESCO - ASSISI

La “Galleria Frate Francesco” è nata con la donazione di circa 40 opere, quasi tutte in pietra serena ed in riferimento, più o meno esplicito, al famoso ciclo giottesco di 28 episodi del grande Giotto. E’ stata collocata nei locali cosiddetti di Frate Elia e fa bella mostra di sé, inserendosi nei severi e bellissimi locali nel modo più naturale possibile. Sono locali normalmente usati per la pastorale giovanile (fine settimana, corsi di esercizi, settimane di studio, incontri vari e il grande convegno “giovani verso Assisi” di fine ottobre o quello dei giovani europei, che, normalmente, si svolge nella prima decade di agosto ogni due anni. Per averne un’idea, bisogna visitarla, vederla. Un dono splendido a San Francesco che viene impreziosito da tutto il complesso monumentale. Il “trittico”, di cui è tanto innamorato il nostro carissimo Silvano Landi e gli Amici, è costituito da tre opere in pietra serena e si presenta come una parabola della vita dell’uomo, come cammino! Le tre opere hanno una denominazione propria: il cammino della fede (di Fabio Puri), il peso e la forza della fede (di Pietro Viti), l’armonia della fede (di Roberto Vignali). Sono poste: una all’inizio della scalinata che porta al Chiostro superiore, una delle zone più antiche di tutto il Sacro Convento; una seconda a metà scalinata, quando il cammino può farsi più faticoso ed, infine, al termine, quando con lo sguardo si può ammirare tutta la bellezza del Chiostro di Sisto IV, in un rincorrersi di armoniose linee architettoniche. Dicevo una parabola del cammino dell’uomo, più comprensibile nel tempo di quaresima;le sculture esprimono la luce che la fede può portare nel cammino della vita e farne comprendere il senso (prima opera); la fatica che essa comporta perché non è facile accogliere il mistero di Dio (l’amore vero è sempre molto esigente!), ma anche la forza che essa dona a chi vive in comunione con Dio (seconda opera). Infine (terza opera) la maturità della fede offre criteri per coglierne sia gli straordinari valori ed ideali  per una vita qualitativamente degna dell’uomo, sia la complessiva bellezza dell’alleanza  offerta da Dio alla coscienza e alla libertà dell’uomo. Un sentito ringraziamento a quanti hanno collaborato perché la Galleria Frate Francesco ed il trittico diventassero realtà: bellezza, verità, bontà.

P. Vincenzo Coli Custode della

Patriarcale Basilica di San Francesco

 

Rubrica

a cura della Dott.ssa Paola Boncompagni

 

I Santuari d’Italia:Santuario della Madonna del Conforto ad Arezzo

 

 Agli inizi del 1796 la città di Arezzo stava vivendo allegramente il tempo del carnevale, quando improvvisamente si abbatté su di essa il terrore del terremoto. Ripetute scosse, anche di forte intensità si ebbero nella prima metà di febbraio e gli aretini, riconoscendo  nel terremoto un giusto castigo per i loro peccati, indissero processioni penitenziali con le reliquie dei Santi Patroni, affollarono chiese e confessionali e intensificarono penitenze e digiuni. Esisteva a quel tempo presso la Porta S. Clemente un ospizio dei Padri Camaldolesi e nei fondi dell’edificio c’era una cantina dove si vendeva vino. Un fornello sul quale si accendeva il fuoco per scaldarsi o cucinare qualcosa durante l’inverno, aveva annerito il soffitto e le mura della piccola taverna. Quasi sopra il fornello era murato un quadretto di terracotta invetriata raffigurante una Madonna a mezzo busto anch’essa annerita dal fumo, dalla polvere e dai vapori del focolare; un piccolo lume ad olio posto sulla mensola sottostante contribuiva non poco ad accrescere il fumo. L’Immagine rappresentata nel quadretto era una riproduzione di quella della Madonna di Provenzano, di origine senese; una Pietà, una Madonna con in grembo Gesù deposto dalla Croce. Nel 1552 un soldato, durante l’occupazione di Siena da parte degli spagnoli, colpì la terracotta con un colpo di archibugio: rimase intatta solo la testa dell’immagine sacra che, devotamente raccolta da persone presenti al fatto, fu poi collocata su un busto d’argento. Riproduzioni a stampa e in terracotta della Madonna a mezzo busto si diffusero in tutta la Toscana ed una giunse anche all’ospizio di Arezzo. La sera del 15 febbraio, lunedì dopo la prima domenica di Quaresima, tre calzolai entrarono nella cantina dei Padri Camaldolesi e dopo aver conversato dei dolorosi momenti che si vivevano e dei tristi presagi per l’avvenire, si inginocchiarono davanti all’Immagine della Madonna e iniziarono la recita delle Litanie. Ad un tratto, uno di loro alzò lo sguardo e notò che l’Immagine stava cambiando colore e, sorpreso e commosso, gridò: “guardate! Guardate!” Tutti poterono constatare così che la Madonnina era divenuta bianca come la neve e così lucente come se sul petto avesse diamanti. Da quel momento il terremoto cessò e iniziò nel popolo aretino un meraviglioso risveglio di fede e una grande devozione alla Madonna. Una folla immensa si riversò all’Ospizio e le vie della città riecheggiarono di canti di lode e di ringraziamento. Il Vescovo dispose che l’Immagine fosse portata nella Cattedrale e istituì un regolare processo canonico. Insieme alle grazie spirituali, numerose furono le guarigioni fisiche ottenute dalla preghiera fata con fede; ne sono testimonianza le tante tavolette ex-voto. Di fronte a tanta Grazia maturò nel cuore degli aretini l’idea di una iniziativa spirituale che fosse espressione di penitenza e di riconoscenza filiale verso la Madonna: il voto dell’astinenza e del digiuno il 1 febbraio, giorno dell’inizio del terremoto, da praticarsi ogni anno. Il 5 agosto fu posta la prima pietra della Cappella del Conforto alla cui costruzione contribuì anche il popolo riconoscente con offerte, carri di materiale.

Il Vescovo della città volle per l’Immagine Benedetta il massimo degli onori: l’incoronazione concessa dal Capitolo di S. Pietro in Vaticano, onore riservato alle immagini più celebri per antichità di culto e abbondanza di grazie elargite. Il Capitolo Vaticano, con decreto del 4 giugno 1814, concesse anche alla Madonna del Conforto la Corona d’oro. La fama del miracolo della Madonna di Arezzo uscì ben presto dai confini della Toscana e da ogni parte d’Italia si veniva a pregare davanti all’Immagine Benedetta. Vennero Vescovi, cardinali, Re e perfino Papa Pio VII che, rimasto legato alla Madonna del Conforto, concesse l’Indulgenza Plenaria per il giorno della festa, 15 febbraio. Una copia dell’Immagine della Madonna è stata portata a Nazareth e collocata nel Santuario della Annunciazione insieme a quelle più venerate di tutto il mondo. Grande entusiasmo suscitò la celebrazione del primo centenario (15/02 – 5/07) che vide l’affluenza di oltre 100000 pellegrini, mentre nel secondo centenario la Sacra Immagine si recò a salutare tutti i suoi figli nella diocesi con una Peregrinatio iniziata il 14 ottobre in Casentino e terminata il 10 dicembre.

Il giorno 23 maggio 1993 anche Papa Giovanni Paolo II ha visitato la Cappella della Madonna del Conforto dove a lungo ha sostato in preghiera davanti all’Immagine di Maria alla cui protezione ha affidato la diocesi di Arezzo – Cortona – Sansepolcro.

Il 15 febbraio è festa grande per Arezzo, ma molti sono anche i pellegrini che giungono da altre diocesi a festeggiare la Madre Celeste. Chi sale alla bella Cattedrale è attratto subito , oltre che dalle volte imponenti e dalle splendide vetrate, da una scritta che sormonta una cancellata in ferro battuto attraverso cui si accede alla Cappella della Madonna: “CONFORTETUR. COM. TUUM. ECCE. MATER. TUA” (conforta il tuo cuore. Ecco tua Madre). Varcare quel cancello significa aprire il cuore alla fiducia e alla speranza . Non mancano nella vita d ognuno di noi situazioni di prova, di sofferenza, di dolore. Anche Maria le ha vissute. La Sua testimonianza ci aiuta a vivere nella speranza anche i momenti più difficili e a farci attenti e solidali verso chi soffre.


Il magistero

 

Quaresima, Cenere in testa e Acqua sui piedi

Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci dalla testa ai piedi.

Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi, una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.

Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un "linguaggio a lunga conservazione".

È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un'autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: "Convertiti e credi al Vangelo". Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all'impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione.

 

 

Quello "shampoo alla cenere", comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato. Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo "udita con gli occhi", pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l'offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo? "Una tantum" per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.

La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
Un grande augurio.

                                            Don Tonino Bello, Vescovo

 


Attualità

MINO REITANO

Alla fine di gennaio, se ne è andato per sempre Mino Reitano, uno dei cantati più amati dalla gente. Aveva 64 anni. Gli ultimi due trascorsi nella morsa di una malattia dolorosa che ha affrontato con straordinario coraggio.

Ai funerali c’era una gran folla di gente e anche diversi colleghi. Pochi, per quanto Reitano meritava. Ma erano i suoi amici, quelli che lo conoscevano bene e, parlando di lui, ne hanno evidenziato la bontà, la signorilità, la vita esemplare.

Anche i giornali hanno dato evidenza a questa scomparsa. Ricordando soprattutto il modo sereno e composto, con il quale Mino ha “vissuto” la malattia.

Dopo la sua morte, tutti i media hanno riportato le dichiarazioni che il cantante aveva rilasciato in un’intervista pubblicata il primo giugno 2008 dal quotidiano cattolico online, “Petrus”. Ma proprio quelle citazioni evidenziavano un fatto triste. E cioè che Mino Reitano, personaggio popolarissimo, con una splendida carriera artistica durata una quarantina d’anni, era stato completamente dimenticato dai media.

Mino Reitano, cosciente della propria popolarità, certo di avere milioni di persone che lo ricordavano, avrebbe certamente desiderato fare quelle sue ultime confidenze a un grande pubblico, a giornali di vasta diffusione. Invece no, nessuno di quei giornali si è ricordato di lui, è andato a trovarlo, a parlargli mentre era ancora in vita.

Nato nel Sud d’Italia, a Fiumara, in Calabria, da famiglia povera, orfano fin da piccolo, è riuscito egualmente, affrontando comprensibili grandi sacrifici, a studiare musica al Conservatorio, imparando a suonare il pianoforte, il violino e la tromba. A 14 anni iniziò a cantare nel complesso musicale dei suoi fratelli emigrando poi con loro in Germania, dove ebbe inizio il suo successo. In quel Paese ebbe modo di suonare nello stesso club dove suonavano anche i “The Quarrymen”, gruppo inglese, con i quali strinse amicizia. In seguito, quel gruppo divenne famoso con il nome dei Beatles. Nel 1965 Mino cominciò a farsi notare anche in Italia, e poi arrivò il grande successo che lo ha portato ai vertici della popolarità.

Un successo pieno, duraturo, costellato da tappe prestigiose, sia come interprete che come autore. Reitano aveva scritto un libro autobiografico sulle proprie vicende, aveva poi presentato in Rai varie proposte per trarne delle puntate televisive, ma non ebbe mai risposta. Perché? Se lo chiedeva sconsolato anche lui. E su tante altre vicende strane della sua carriera si interrogava senza trovare risposte. In pratica, Reitano non aveva protettori politici, ideologici, corporativi. Faceva parte di quella categoria di persone con una esistenza normale, serena, senza scandali, una famiglia unita, tradizionale, una fede cristiana sentita e praticata apertamente.

Ma il cantante calabrese non se ne è mai lamentato. E alla fine, quando la malattia lo attanagliava lasciandogli poche prospettive, era sereno.

Ecco l’intervista di ‘Petrus’ che ha raccolto, poco prima della morte, la sua testimonianza di credente che si affida all’Altissimo e alla protezione della Beata Vergine Maria.

Maestro, milioni di italiani sono in ansia per Lei: ci dica, come sta vivendo questo terribile periodo della Sua esistenza?

“Con serenità e ottimismo. Sono sempre stato cattolico e un uomo di Fede, non vedo perchè la fiducia in Dio dovrebbe vacillare proprio ora”.

A chi offrre le Sue sofferenze?

“A Gesù e alla Madonna. Gesù è l’immagine della bontà, il Figlio di Dio, di Colui che ha creato il Bene, il mondo, la natura. La Madonna è Sua Madre, mia Madre, la mamma della Chiesa, la discepola fedele che mai ha perduto la speranza. E sull’esempio di Maria, neanch’io perdo la speranza di farcela”.

Sappiamo che nell’affrontare la malattia, oltre alla Fede, Le è di grande aiuto la Famiglia.

“E’ verissimo. Uno dei doni più belli che la vita mi ha dato è stato proprio quello della famiglia: una moglie splendida e due figlie che mi sono sempre vicine e non mi lasciano mai. Cos’altro avrei potuto pretendere di più?”.

Reitano, Lei è molto amato dagli italiani, ma tra gli addetti ai lavori non sempre ha ricevuto i riconoscimenti che Le spettavano. Porta dei rancori?

“Perdono tutti. Non voglio lasciare nulla in sospeso con alcuno. Il cristianesimo è saper dimenticare, lasciarsi alle spalle rancori e risentimenti, abbandonarsi liberamente alla misericordia. Senza perdono la nostra fede sarebbe vuota. Io stesso chiedo perdono nel caso abbia danneggiato qualcuno, anche se, mi creda, nel limite delle mie possibilità, ho sempre cercato di aiutare e comprendere tutti. Se non ci sono riuscito, spero davvero vogliano scusarmi”.

Le Sue parole sul perdono fanno emozionare: racchiudono il vero senso del cristianesimo. Ma quando è maturata in Lei la Fede?

“Sono stato un cattolico credente e praticante sin da piccolissimo. Devo tantissimo ad un mio caro amico sacerdote, don Gianni Repaci, che tuttora mi conforta con le sue parole. Lo conosco dai bei tempi, da quando cantavo alle feste parrocchiali nel mio piccolo paese d’origine. Che bella la mia Calabria, la porto nel cuore…”.

In passato è stato protagonista di un evento che ha del prodigioso: Le va di raccontarlo?

“Molto tempo fa, a causa dello stress e dei tanti concerti che avevo tenuto in giro per il mondo, avevo perso la voce. I medici non sapevano spiegarsi scientificamente il caso, perché una vera e propria patologia non emergeva da alcun tipo di accertamento diagnostico. Fu così che, comprensibilmente sconvolto, andai a Sotto il Monte, il paese nativo del Beato Giovanni XXIII. Il fratello di Giovanni XXIII era un mio amico e mi disse di pregare il ‘Papa Buono’ di intercedere presso Dio affinché mi restituisse la voce. Il tempo di fare ritorno in Calabria e stavo di nuovo bene. I medici non seppero dare alcun tipo di spiegazione: fu qualcosa di praticamente istantaneo”.

A proposito di Papi: Lei ha incontrato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

“E’ vero. Si tratta di due uomini fantastici, che porterò sempre nel cuore. Entrambi sono stati gentilissimi con me, sa? Soprattutto Benedetto XVI, che mi disse testualmente: ‘Lei ha gli occhi buoni’.  Capirà, mi misi a piangere come un bambino per la commozione e ad un certo punto cercai di inginocchiarmi per baciargli la mano, ma me lo impedì, mi trattenne e mi accarezzò. Che grande umiltà! Che grande umanità! Non dimenticherò mai le sue parole, il suo sguardo di padre, la carezza che mi fece sul viso”.

Maestro, crede negli Angeli?

“Certo. Ma io ho un angelo speciale. Come forse lei saprà, io sono cresciuto praticamente senza conoscere mia madre. Però lei dal cielo ha vegliato su di me. E’ mia madre il mio angelo custode. E poi c’è l’altra madre, la Madonna: pregatela incessantemente, supplicatela, vogliatele bene. Vedrete che anche nei momenti di dolore e difficoltà, proprio come quello che sto vivendo io, non vi sentirete mai soli“.

 

 

 

 

PAOLO BROSIO: convertito dalla Madonna

Un pellegrinaggio a Medjugorje, l'incontro con la Madonna e la riscoperta di una fede autentica hanno salvato Paolo Brosio da una vita sregolata e auto-distruttiva, fatta di alcol, canne e una donna diversa ogni sera: il celebre giornalista si racconta in una sconvolgente intervista, confidando di essere ormai diventato un'altra persona, un uomo nuovo e diverso dal Paolo Brosio che tutti hanno conosciuto in questi anni.

"Un poco alla volta mi stavo distruggendo, ho fatto tutte le cose peggiori che potessi fare. Cose che magari succedevano anche prima, come a tutti, da ragazzi càpita di farsi una canna o di bere qualche bicchiere in più, e le donne le ho sempre trovate facilmente anche grazie alla mia simpatia, alla mia professione. Ma stavolta volevo proprio farmi del male. Una notte, quando credevo di essere arrivato alla fine, mi è uscita dalla bocca l’Ave Maria.(...) Ho toccato il fondo, solo chi mi è stato vicino sa cosa è successo in questa casa". Paolo Brosio racconta così gli ultimi quattordici mesi della sua vita, dopo la separazione da Gretel, l’unica donna che ha amato veramente, che ha riacceso dentro di lui il fortissimo dolore provato quattro anni prima per la morte del padre.

Ma poi è finalmente arrivata "la notte della purificazione" quella tra il 2 e il 3 gennaio scorso, in cui "è successo qualcosa che ancora non posso dire e che mi ha liberato in modo definitivo di tutto quello che mi dilaniava dentro" e ha spinto Paolo Brosio a partire per la Bosnia, dove l'incontro con la Madonna lo ha ormai trasformato in un uomo diverso, un uomo caritatevole che vuole organizzare un viaggio per Medjugorje che coinvolga imprenditori e uomini facoltosi, il cui ricavato sarà utilizzato per progetti umanitari in quelle zone e non solo. Un uomo, Paolo Brosio, che comunque non rinnega la sua vita e la sua professione "Io voglio bene a tutti, non sono il tipo che sputa nel piatto dove ha mangiato per tanti anni ma certo, adesso lo vedo da un’altra prospettiva. E non so quanto ci resterò, non so cosa farò. Sarà lui, Gesù, a dirmelo."

Paolo Brosio, di anni cinquantadue, ha scoperto la Madonna. Paolo, anche stavolta, potrà dare la notizia in esclusiva.

 


Notizie dal Casentino

 

Rubrica VIVERE IN CASENTINO

A cura del direttore Silvia PECORINI

 

I Della Robbia in Mostra      21 febbraio – 7 giugno

 

Il 21 Febbraio scorso si è aperta la mostra dedicata ai Della Robbia, curata da Giancarlo Gentilini e Liletta Fornasari e presenta la ricca produzione artistica in modo del tutto originale andando a scoprire le relazioni tra la famiglia dei Della Robbia e gli artisti dell’epoca. La mostra si terrà nelle sale del Museo Statale d’Arte Medievale e Moderna ad Arezzo e prosegue nel territorio con gli itinerari in Casentino, in Valdarno, in Valdichiana e in Valtiberina. I Della Robbia, straordinari maestri artigiani in grado d trasformare la terra in opere d’arte, furono i protagonisti di un’innovazione fondamentale nel Rinascimento: la scultura in terracotta invetriata. Capostipite della famiglia Della Robbia è Luca, celebrato da Leon Battista Alberti tra i padri della rinascita, l’unico artista che è riuscito a portare l’arte della ceramica, da arte cosiddetta minore, ad una forma espressiva dai risultati artistici al pari della migliore pittura e scultura. Grazie al nipote Andrea, gli invetriati si diffondono capillarmente sul territorio trovando sempre maggiori estimatori e acquirenti.

La formula della terracotta invetriata rimase per molto tempo un vero mistero, la famiglia la custodì gelosamente fino a quando si apprese che la tecnica era propria della civiltà orientale, ereditata dal mondo romano e bizantino. A Luca della Robbia rimane il merito di aver riscoperto la tecnica e di averla rielaborata. I capolavori di questa famiglia di scultori ornano chiese, pievi e palazzi di un vasto territorio dell’Italia Centrale e sono custoditi in musei e collezioni internazionali. Ancora oggi le botteghe artigiane e le grandi manifatture toscane realizzano le robbiane, produzioni originali e tipiche del territorio che riprendono il famoso bianco ed azzurro delle sculture di Luca o i decori naturalistici dalla policromia più accentuata.


 

 Il Casentino è la valle in cui il visitatore può ammirare più che altrove le terrecotte robbiane, circa cinquanta, concentrate nei luoghi cari alla spiritualità francescana e camaldolese. Andrea della Robbia lascia nel convento de La Verna le sue opere migliori, la sua impronta stilistica che lo renderà celebre. L’Eremo di Camaldoli, il Santuario di Santa Maria del Sasso e la chiesa di San Lorenzo a Bibbiena, il Santuario di Santa Maria delle Grazie a Stia ed il Castello di Poppi sono luoghi fondamentali dell’itinerario robbiano nella valle del Casentino. E’ tuttavia possibile scoprire mirabili terrecotte invetriate anche in altre località come Pratovecchio, Memmenano, Castel Focognano, Porrena e Montemignaio.

Per maggiori informazioni visita il sito www.mostradellarobbia.it

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Fonte: AGeSC (associazione genitori scuole cattoliche)

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Approfondimenti

 

IL  VATICANO

Il Vaticano è "un piccolo territorio per una grande missione", ha ricordato Benedetto XVI in occasione degli 80 anni di vita dello Stato della Città del Vaticano.

Il Papa ha fatto suo il titolo del Congresso organizzato per studiare la storia dello Stato e anche se, come ha detto, non ha voluto approfondire "un discorso su tale evento storico, al quale vari esperti stanno offrendo nel Congresso il contributo della loro competenza sotto molteplici aspetti", ha dedicato un pensiero a "quanti sono stati e sono i protagonisti di questi otto decenni di storia".

In particolare, il pensiero del Pontefice è andato a Papa Pio XI, quando annunciando la firma dei Patti Lateranensi e la costituzione dello Stato citò San Francesco d'Assisi.

"Disse che la nuova realtà sovrana era per la Chiesa, come per il Poverello, 'quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l'anima'", ha affermato.

Il Papa ha chiesto al Signore "di continuare a vegliare su questo piccolo Stato" e soprattutto "di assistere con la potenza del suo Spirito Colui che sta al timone della Barca, il Successore di Pietro, perché possa svolgere con fedeltà ed efficacemente il suo ministero a fondamento dell'unità della Chiesa Cattolica, che ha in Vaticano il suo centro visibile e si espande sino ai confini del mondo".

Lo Stato vaticano è "piccolo ma grande. Il più grande del mondo da qualunque punto di vista", ha affermato il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Benedetto XVI, durante l'introduzione del congresso "Un piccolo territorio per una grande missione", svolto nel Palazzo Lateranense di Roma.

L'evento, organizzato dal Governatorato della Santa Sede, si è inserito nella commemorazione degli 80 anni della nascita dello Stato vaticano, che avvenne con la firma dei Patti Lateranensi, l'11 febbraio 1929, tra Benito Mussolini - in rappresentanza dello Stato italiano - e il Cardinale Pietro Gasbarri, Segretario di Stato di Papa Pio XI.

L'anniversario dello Stato vaticano, ha osservato il Cardinal Bertone,"è momento propizio per ricordare l'alta finalità della sua esistenza ed azione, per valutare come a tale finalità si sia corrisposto lungo questi otto decenni trascorsi e per cercare di intuire le modalità future che potrà assumere la missione propria di questo Stato".

L'opera di Pio XI

Ripercorrendo la storia dello Stato, il Cardinale ha ricordato in particolare l'opera di Pio XI, spiegando che "questo grande Pontefice è il vero ideatore e fondatore dello Stato della Città del Vaticano".

Con la firma dei Patti Lateranensi terminò la cosiddetta "questione romana", iniziata nel 1870, quando per via del movimento di unificazione italiana il Paese invase e si impossessò delle proprietà della Santa Sede.

I Patti riconobbero l'indipendenza e la sovranità della Santa Sede e crearono lo Stato della Città del Vaticano, definendo anche i rapporti civili e religiosi tra il Governo e la Chiesa in Italia. La Nazione italiana si impegnò a compensare la Santa Sede per le perdite subite con l'annessione dello Stato Pontificio all'Italia.

Il Cardinal Bertone si è riferito a Pio XI sostenendo che lo Stato vaticano è "opera della sua tenacia, realismo, cultura e lungimiranza, dimostrate del resto anche in tanti altri momenti e di fronte a molti gravi problemi che segnarono la Chiesa e la società durante il suo pontificato".

 

 

Ottant'anni dopo

Il Segretario di Stato ha ripercorso i principali fatti storici che la Santa Sede ha dovuto affrontare dalla sua nascita come Stato indipendente.

Appena dieci anni dopo la sua fondazione, ha ricordato, scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale la Santa Sede svolse "un'intensa azione di promozione della pace e di carità, ma con limitazioni notevoli".

"Pensiamo al fatto che i diplomatici accreditati presso la Santa Sede dai Paesi in guerra con l'Italia dovettero abbandonare Roma o che la stessa azione ecclesiale, diplomatica e caritativa della Santa Sede era condizionata dal controllo dello Stato italiano", ha segnalato.

Il porporato ha anche sottolineato le opere di carità svolte da Papa Pio XII in tutta l'Europa durante la guerra, "soccorrendo materialmente le popolazioni colpite e permettendo contatti fra coloro che la guerra aveva separato". Roma venne occupata militarmente dal settembre 1943 al giugno 1944. "Lo Stato della Città del Vaticano si trovò circondato da un potere politico-militare, il Reich tedesco, con il quale la Santa Sede aveva non pochi conflitti aperti", ha rimarcato.

Il Segretario di Stato ha anche ricordato i luoghi che ospitarono molte vittime del conflitto: il Pontificio Seminario Maggiore al Laterano, la Basilica di San Paolo fuori le Mura o le Ville Pontificie di Castel Gandofo, così come monasteri, conventi, istituti e parrocchie di Roma.

Il Cardinale ha quindi richiamato i grandi eventi che si sono svolti nello Stato vaticano nei suoi 80 anni di storia: il Concilio Vaticano II, i Sinodi dei Vescovi, le celebrazioni degli anni giubilari, soprattutto il Grande Giubileo del 2000, ma anche i funerali di Giovanni Paolo II e l'elezione di Benedetto XVI, "che hanno richiamato a Roma le massime Autorità politiche del mondo e folle impressionanti".

Il congresso "Un piccolo territorio per una grande missione" è terminato nell'Aula Clementina, dove Benedetto XVI ha concesso un'udienza ai partecipanti.


ULTIME… DI COPERTINA

 

AMARE QUESTA CHIESA INFANGATA…

 

Che spettacolo. Ogni giorno valanghe di fango, da quei cannoni che sono i mass media e i potenti di questo mondo, contro la Chiesa. Ogni giorno oltraggi, calunnie, dileggi. E lei, bella, dolce, inerme, indifesa che subisce cercando – come una madre premurosa – di proteggere i suoi figli più piccoli dallo scandalo continuo. Come si fa a non amare questa Chiesa, così vulnerabile, indifesa, così umanamente povera da rendere evidentissimo che è sorretta dalla presenza formidabile di un Altro. Altrimenti mai avrebbe potuto arrivare al XX secolo e abbracciare il mondo intero e continuare a far innamorare tanti cuori di quel volto. Del Salvatore.

Ma noi lo sapevamo…Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, “hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, “diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”

 

Il Papa: i politici cattolici difendano la vita umana

 

Al termine dell'Udienza Generale in piazza San Pietro, Benedetto XVI ha incontrato brevemente Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, con la quale ha avuto un breve colloquio di 15 minuti. Successivamente la Sala Stampa della Santa Sede ha diffuso un comunicato nel quale si afferma che il Papa "ha colto l'occasione per illustrare che la legge morale naturale e il costante insegnamento della Chiesa sulla dignità della vita umana dal concepimento alla morte naturale impongono a tutti i cattolici, e specialmente ai legislatori, ai giuristi e ai responsabili del bene comune della società, di cooperare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà per promuovere un ordinamento giuridico giusto, inteso a proteggere la vita umana in ogni suo momento".

La Pelosi è da sempre oggetto della contestazione dei movimenti pro-life statunitensi che criticano le sue posizioni favorevoli all'aborto e alla ricerca sulle cellule staminali e che hanno scelto proprio il giorno del suo incontro con il pontefice per lanciare una petizione online che chiede ai vescovi statunitensi di rifiutare la comunione a lei, al vice presidente Joe Biden ed a "tutti gli esponenti politici cattolici che ostinatamente esprimono il loro dissenso dagli insegnamenti cattolici sulle importanti questioni morali".