Parrocchia di San Martino a Vado
Strada in Casentino

Bimestrale di Formazione ed Informazione della Comunità di Strada in Casentino

Anno
VI - N. 34 Marzo -
Aprile 2009
Se non avessi la carità non
sono nulla
Numero speciale sul piano pastorale diocesano 2008/2009
SOMMARIO
q Editoriale pag.
3 Se non avessi la carità
q Il piano 2007/2008 pag. 4 Terza parte
q Le preghiere del mese pag.
9 Preghiere
q Veglia di preghiera pag.
10 Un segno d’Amore
q Notizie della nostra comunità pag.
14 Galleria Frate Francesco
Strada ad Assisi
q Rubrica pag. 15 I Santuari d’Italia
q Il Magistero pag. 17 Quaresima
q Attualità pag. 19 Mino Reitano
pag. 22 Paolo Brosio
q Notizie dal Casentino pag. 23 I Della Robbia in mostra
q Approfondimenti pag. 25 Il Vaticano
Il giornalino può essere scaricato su internet
all’indirizzo www.parrocchiastrada.net
EDITORE: Giancarlo BRESCIANI (Resp. Leg.
Parrocchia San Martino a Vado) DIRETTORE RESPONSABILE: Silvia PECORINI COLLABORATORI: Serena Tarani, Paola Boncompagni,
Amalia Bonciani REDAZIONE: Antonio Fani - P.za Piave n° 17/A -
Strada in Casentino (AR) Autorizzazione
Tribunale di Arezzo n° 3 del 23/02/2005
Editoriale
Se non avessi la carità non sono nulla
La novità
portata in noi da Gesù Cristo è una trasformazione profonda del nostro essere.
Tutto parte dalla Croce che è potenza e sapienza di Dio ed è anche fondamento
della carità.
Nella
Croce, Gesù, pone l’umanità prima di Se stesso, la sua vita è crocifissa per la
nostra: con essa ci dice che amare significa preferire l’altro a se stesso. La
logica cristiana è all’opposto di quella del mondo fondata sull’egoismo e sulla
preoccupazione di sé stessi. L’amore conduce invece al dono di sé ed al
servizio degli altri.
La più
profonda verità su Dio è che Dio è Amore. E se Dio è Amore, l’amore è anche la
più profonda verità dell’uomo. L’essenza dell’umanità nuova è l’amore. La
carità costituisce la forza che rende una persona veramente umana e cristiana.
Il cammino
della quaresima ci chiama a riscoprire il grande mistero dell’Amore di Dio e la
nostra imitazione di Lui nella vita.
La carità è
l’anima della comunione su cui si costruisce la vita della Chiesa. Giovanni
Paolo II scriveva, occorre “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione:
ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia”.
L’amore è
l’unica forza per trasformare e migliorare il mondo.
Il vostro
parroco, don Roberto
Terza parte del piano
Tempo di Quaresima
3. «Se non
avessi la carità non sono nulla»
Se anche
parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono
come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della
profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la
pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità,
non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il
mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi
giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la
carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo
interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode
dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto
spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.
Dalla Prima lettera ai Corinzi, 12,1-8
1. Camminare in
una vita nuova
A leggere
con attenzione le lettere di Paolo ci si accorge di un fatto singolare.
L’apostolo parla della vita nuova dei cristiani descrivendola quasi come un
paradiso in terra, un’eternità già contenuta nel tempo. Gli esempi che si potrebbero
fare sono numerosi: «In lui siete stati risuscitati» (Col 2,12), «se siete risorti con Cristo» (Col 3,1) e ancora: «voi infatti siete morti e la vostra vita è
nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3).
In effetti, Paolo è assolutamente certo che la grazia ha determinato in noi una
trasformazione fondamentale, e la sua preoccupazione è quella che i credenti
comprendano davvero questa novità realizzata in loro da Gesù Cristo.
C’è una
sapienza del mondo, dice Paolo, che va definitivamente abbandonata per lasciar
spazio alla sapienza di Dio, che si è manifestata in Cristo crocifisso e
risorto. La croce di Cristo, lungi dall’essere sinonimo di dolorismo, costituisce
la vera identità della carità: scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani,
per i credenti la croce è potenza di Dio e sapienza di Dio. Colpisce
soprattutto l’insistenza di Paolo nel contrapporre la sapienza di Dio a quella
dei dominatori di questo mondo.
Da una
parte, la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, la logica della violenza e della
ritorsione che rende l’uomo schiavo e lo umilia nella sua più profonda
identità, la ricerca sfrenata della ricchezza o della soddisfazione a ogni costo:
dinamiche che ferivano anche la piccola comunità cristiana di Corinto e contro
le quali Paolo prende posizione con forza, e che ancora oggi sono in grado di
produrre profonde divisioni nel cuore della comunità credente.
Dall’altra,
la proposta di una nuova sapienza che si oppone alla prima e che trova
nell’amore rivelato da Cristo il senso e, diremmo, la forma attuata dallo
stesso Cristo Gesù nella storia degli uomini. È la potenza della Croce, potenza
che si manifesta e si concretizza proprio nella debolezza, secondo quel
meraviglioso rovesciamento di prospettiva, proprio il ribaltamento di ogni
mentalità mondana, che Gesù stesso rivela a Paolo: «Egli mi ha detto: “Ti basta
la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.
Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la
potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi,
nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando
sono debole, è allora che sono forte» (2Cor
12,9-10).
Amare
significa preferire l’altro a se stesso, significa che la vita dell’altro viene
prima della mia, che la mia vita è, in un certo senso, crocifissa alla vita
dell’altro. Proprio come Paolo ha sperimentato
in rapporto alla persona di Gesù: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in
me» (Gal 2,20). Una logica che, in
Cristo, ci è dato di declinare nelle innumerevoli forme della nostra dedizione
personale e comunitaria: non sono più io che vivo, ma è il mio fratello, la mia
sorella, mio marito, mia moglie, i miei figli, che vivono in me.
Il tempo di Quaresima ci invita con forza ogni anno a
“fare il punto” sulla verità della nostra scelta di fede. A partire dalla riflessione
di Paolo, possiamo chiederci in che misura abbiamo messo in discussione la
sapienza del mondo fondata sull’egoismo e sulla preoccupazione di se stessi,
per abbracciare la logica della croce e del dono di sé a servizio degli altri.
Seguire Gesù nel suo digiuno nel deserto e nel suo confronto con la logica
mondana di satana significa contestare profondamente ogni forma di potere e di
sopraffazione dell’uomo sull’uomo per scegliere, con Paolo, la via del servizio
e della dedizione a tutti i costi: «Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad
ogni costo qualcuno» (1Cor 9,22).
2. L’accoglienza del “dono divino” della carità
Nella
morte in croce di Gesù, ci è stata definitivamente rivelata la più profonda
verità di Dio: Dio è amore. Che è
anche la più profonda verità della persona umana: anche l’uomo è amore, e se
non è amore non è nulla! Sta qui, in effetti, la vera e originaria differenza cristiana, la caratteristica
principale della novità del Vangelo: la carità. Se, infatti, il dono di sé che
Gesù ha portato a compimento sulla croce è l’atto creatore, l’essenza
dell’umanità nuova, allora la carità non è in nessun modo un comportamento
semplicemente augurabile, una scelta conveniente e verso la quale è importante
esortare i credenti. Non si tratta di una scelta opzionale o riservata, magari,
a coloro che si consacrano in modo definitivo a Dio nel sacerdozio o nella vita
religiosa. La carità è la condizione
indispensabile dell’esistenza cristiana. Proprio come afferma Paolo: «senza la
carità non sono niente» (1Cor 13,2).
In
effetti, tale è la radicalità che Paolo ci mette davanti nel suo celebre elogio della carità che viene da
chiedersi se non si tratti di affermazioni paradossali o esagerate: il cristiano
dovrebbe veramente sperare tutto, sopportare tutto, coprire tutto, dovrebbe
davvero essere paziente, benigno, mite, umile, schivo, modesto? Eppure, a
leggerlo con attenzione, il testo di Paolo non è altro che una “traduzione”
della parte finale del discorso della Montagna, e precisamente quel vangelo
delle beatitudini che, come ci insegnano gli studiosi, non è altro che un
ritratto di Gesù, il vero mite, puro di cuore, pacifico e misericordioso.
Così,
Paolo ci sta semplicemente ricordando che la carità è stata la caratteristica principale dell’umanità di Cristo e che
costituisce, per noi oggi, l’unica forza in grado di rendere una persona
veramente umana e cristiana. Una carità che
contiene in sé una straordinaria potenza creatrice, un’inesauribile energia di
trasformazione. E questo reciprocamente: nel senso che diventano veramente
umani e cristiani sia coloro che amano sia coloro che sono oggetto di questo
amore. Ed era proprio pensando a questa forza sorgiva che è il dono divino
della carità, che il dottore della Chiesa san Giovanni della Croce poteva suggerire
a una sua figlia spirituale: «dove non c’è amore, metti amore e troverai
amore».
L’amore
a cui il cristiano è chiamato, in altri termini, non ha una motivazione né psicologica
né sociologica, ma teologica: il cristiano ama perché spinto e sostenuto da un
amore assai più grande di lui, che lo ha già investito, purificato e
potenziato. È l’atto creatore di Gesù Cristo, che si rinnova ogni volta nella
vita del credente e in quella della comunità.
Per
Paolo, la carità precede addirittura
la fede: «Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la
carità; ma di tutte più grande è la carità!» (1Cor 13,13). Essa è la via
migliore di tutte perché è la sola dimensione nella quale ogni persona può
essere accolta senza pregiudizi o colpevolizzazioni, proprio come Gesù ogni
volta ha accolto chi si rivolgeva a lui, non annunciando altro che la gratuità
dell’amore di Dio. Un amore che, oggi come allora, è chiamato a diffondersi, a
creare e rinnovare il mondo. Ed è proprio perché l’amore di Dio si espande ed è
una continua e inesauribile fonte di vita, che prende assoluta importanza
l’amore vicendevole, la comunione all’interno della comunità cristiana,
autentico laboratorio di umanizzazione in
cui la vita di Cristo si moltiplica in noi diventando infinitamente feconda.
Il cammino della Quaresima ci chiama a riscoprire il
mistero grande dell’amore di Dio che – come scrive Paolo ai Romani – «è stato
riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato»
(5,5). Dio, infatti, ha dimostrato il suo amore per noi attraverso il dono di
Cristo il quale – a differenza di chiunque altro nel corso della storia – è
morto per noi quando ancora eravamo peccatori (cfr. 5,8). In che misura, a livello
personale e comunitario, viviamo la gratuità di questo amore che si dona prima
ancora di avere qualcosa in cambio e, proprio per questo, ha la forza di trasformare
il mondo?
3. Promuovere una spiritualità della comunione: avere il
pensiero di Cristo
Così come
Paolo la descrive parlando ai credenti di Corinto, al centro della comunità
cristiana c’è e non deve esserci altro che la carità. La carità è l’anima della
comunione sulla quale si costruisce la vita della Chiesa. Per Paolo, ciò che ci
costituisce come Chiesa non è tanto ciò che si fa – il parlare tutte le lingue
del mondo, avere il dono della profezia, convertire tutta l’umanità, l’essere
bravissimi, magari, nel riempire le chiese, il saper organizzare perfettamente,
e anche fino all’eroismo, le nostre strutture caritative – ma il modo in cui si
costruisce e si vive la comunione. Era quello che già ci invitava a riscoprire
il compianto papa Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Novo millennio ineunte, quando parlava
della spiritualità di comunione, intorno alla quale abbiamo lavorato durante
l’anno pastorale 2001/2002: la comunione, scriveva il papa, «incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della
Chiesa. La comunione è il frutto e la manifestazione di quell'amore che,
sgorgando dal cuore dell'eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo Spirito
che Gesù ci dona (cfr Rm 5,5), per fare di tutti noi “un cuore solo e
un'anima sola” (At 4,32)» (n. 42).
L’invito
del Signore alla comunione è troppo chiaro e diretto per poterne ridurre la
portata. «Tante cose, anche nel nuovo secolo – continuava papa Giovanni Paolo
II –, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la
carità (agape), tutto sarà inutile… Fare della Chiesa la casa e la
scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel
millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere
anche alle attese profonde del mondo» (nn. 42-43).
È
un compito molto concreto e pratico, che si fonda sulla promozione di una spiritualità
della comunione che ci insegni a vedere l’altro come qualcuno che mi
appartiene, riconoscendo in lui prima di tutto ciò che possiede di positivo,
accogliendolo e valorizzandolo come un dono di Dio, un dono per me oltre che
per il fratello che l’ha direttamente ricevuto. «Spiritualità della comunione è
saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2)
e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e
generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie» (NMI n. 43).
Non
è difficile rendere concreto e immediato per noi l’appello di Paolo alla Chiesa
di Corinto. Possiamo riascoltarlo come rivolto alla nostra Chiesa di Fiesole e
chiederci come l’apostolo avrebbe esemplificato le sue contrapposizioni davanti
ai comportamenti dei cristiani di oggi.
Chiederci, in altri termini, quali sono le nostre resistenze al dono di noi
stessi, quali i punti sui quali facciamo fatica a stabilire una vera comunione
reciproca, quali sospetti nutriamo gli uni nei confronti degli altri, quali
paure e ritrosie.
Potremmo
attualizzare questa riflessione chiedendoci anche: in diocesi e nelle parrocchie
gli organismi che esprimono l’aspetto comunitario della vita ecclesiale manifestano, vivono, promuovono veramente la
comunione? Sono organismi con poca incidenza sulla prassi pastorale, oppure
sono luogo dove la vita ecclesiale si rende visibile, si elabora, si costruisce?
In altri termini, facciamo della comunione la vera priorità della nostra
pastorale, proprio come Paolo cercava a tutti i costi di far comprendere ai
Corinzi? Dopo tutto, il primato della carità si concretizza anche nel primato
della comunione ecclesiale, quel senso di viva ecclesialità
Potrebbe essere un frutto fecondo della nostra
Quaresima, esito autenticamente “pasquale” della nostra esperienza di fede,
quello di riconoscere l’urgenza della comunione come la vera priorità del
nostro cammino ecclesiale. Tale consapevolezza potrebbe divenire impegno a
concentrare ogni nostro sforzo per promuovere la spiritualità di comunione nei
nostri rapporti interpersonali e nel dinamismo della nostra vita comunitaria. Vivere
la comunione ad ogni costo, anteponendo l’esigenza della comunione a qualsiasi
altra considerazione di ordine pratico o pastorale: sarebbe la via per dare
concreto ascolto al magistero paolino.
Le preghiere del mese
PER AMORE!
Signore Gesù,
che hai creato con amore,
sei nato con amore,
hai servito con amore,
hai operato con amore,
sei stato onorato con amore,
hai sofferto con amore,
sei morto con amore,
sei risorto con amore,
io ti ringrazio
per il tuo amore per me
e per tutto il mondo,
e ogni giorno ti chiedo:
insegna anche a me ad amare!
Amen.
CONTENTI DI ESSERE
FIGLI...
Che oggi ci possa essere la
pace dentro te.
Che tu possa credere nel tuo più alto potere:
che tu ora ti trovi esattamente nel posto in cui il tuo destino voleva tu fossi.
Che tu possa sempre tenere a
mente le infinite possibilità che nascono dalla fede.
Che tu possa usare i doni che hai ricevuto, e trasmettere l'amore che ti è
stato dato...
Possa tu essere sempre
contento
di sapere di essere figlio di Dio...
Lascia che questa presenza si radichi nelle tue ossa,
e consenti alla tua anima
di cantare la libertà,
di danzare, di glorificare, e amare.
È là per ciascuno di voi!
Tu, mia luce
Affinché coloro che mi guardano
non vedano la mia persona,
ma Te in me.
Rimani con me.
Così risplenderò del Tuo splendore
e potrò essere luce per gli altri.
La mia luce verrà da Te solo, Gesù,
non sarà mio nemmeno un piccolo raggio.
Sei Tu che illuminerai gli altri attraverso di me.
Ispirami la lode che Ti è più gradita,
illuminando gli altri attorno a me.
Che io Ti annunci
non con le parole ma con l'esempio,
con la testimonianza dei miei atti,
con lo scatto visibile dell'amore
che il mio cuore riceve da Te.
Amen.
( Madre Teresa di Calcutta)
Veglia di Preghiera
UN SEGNO D’AMORE
CANTO –
ESPOSIZIONE
Rit. Rivelaci
il tuo amore, o Signore
SAC.
- Nella Chiesa che tu hai fondato
- Nel mondo che ricerca la pace
- Nelle singole nazioni che vogliono più stabilità
- Negli uomini che attendono più giustizio
- In chi soffre la fame e l’abbandono
- In chi è lacerato dalla guerra e dall’oppressione
- In chi è trascinato dal consumismo e di mass media
- In chi non sente più il bisogno di te
- In chi non sa ascoltare
- Nei giovani aperti alla verità nell’amore
- Negli anziani desiderosi di serenità e di affetto
- Nelle famiglie
che ti hanno dimenticato nelle famiglie che non si amano più
- Nelle famiglie che han ritrovato la preghiera
- Nelle famiglie che celebrano al tuo altare
TUTTI
O Signore, Gesù Maestro e Salvatore, noi adoriamo
riconoscendo la tua presenza, il dono rinnovato del tuo amore, della tua grazia
nel segno del pane e della parola. Tu vivi e operi in mezzo a noi compiendo
ancora miracoli di conversione e di guarigione. Fa che, impegnati nella fede,
sappiamo riconoscerli e testimoniarli nel nostro quotidiano.
Pregare significa per noi scoprire con te, nel tuo
spirito, il progetto del Padre per divenire anche noi dono d’amore gratuito,
totale e immediato, capaci di affascinare con la parola, di salvare con segni
eucaristici, di impegnare con la nostra vita numerosi fratelli che tu stesso
hai affidato a noi in un disegno divino di redenzione. Noi ti preghiamo con insistenza
per loro e per ciascuno di noi.
LETTORE
Dalla
lettera di San Paolo ap. Ai Colossesi
(3, 12-17)
Fratelli,
rivestitevi, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia,
di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e
perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi
degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.
Al di sopra
di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di
Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo
corpo. E siate riconoscenti!
La parola
di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza,
cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali.
E tutto
quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù,
rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
Parola di Dio
**RIFLESSIONE**
SILENZIO -
CANTO
RIPETIAMO
Signore, noi ti adiriamo
Signore, perdona le nostre miserie
Signore, ascolta la nostra preghiera
Signore, non dimenticare che si è allontanato
Signore, accresci tu la nostra fede
Signore, guarisci le nostre infermità
Signore, parla ancora al nostro cuore
Signore, noi ti adoriamo
TUTTI
Signore, noi vogliamo che tutta la nostra vita sia
plasmata da te, attratta dalla tua presenza d’amore per sentirci in modo vivo
un solo corpo con te. La società ha bisogno di comunità vitali che siano
fermento di novità e di rinascita morale e umana, ha bisogno che noi battezzati
ci impegniamo come membra palpitanti e attive del tuo Corpo di Salvatore.
La nostra adorazione a te, pane di rigenerazione, è
l’atteggiamento del povero che ha fame di te e della tua parola. Saziaci con il
tuo amore, perché battezzati, cioè immersi con te nell’amore trinitario,
possiamo rendere onore e glori al Padre per tutti i secoli dei secoli. Amen.
LETTORE
Dall’Enciclica Novo Millenio Inuente
Una
Spiritualità di comunione
43. Fare della
Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta
davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e
rispondere anche alle attese profonde del mondo.
Che cosa significa questo in concreto? Anche qui il
discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato
assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione,
facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma
l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati,
gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità.
Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello
di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque come “uno che mi
appartiene”, per sapere condividere le se gioie e le sue sofferenze, per
intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una
vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di
vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e
valorizzarlo come dono di Dio: un “dono per me”, oltre che per il fratello che
lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper “fare
spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2) e
respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiamo e generano
competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie. Non ci facciamo illusioni:
senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti
esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di
comunione più che sue vie di espressione e di crescita.
PAROLA DELLA CHIESA
RIFLESSIONE
E SILENZIO
Rit. DONACI IL
TUO AMORE, SIGNORE
- Quando ci uniamo nelle case a condividere le nostre
esperienza
- Quando ci sediamo alla mensa per ricomporre la
nostra fraternità
- Quando condividiamo i momenti di sofferenza e di
lutto
- Quando viviamo insieme momenti di gioia e di festa
che rinsaldano il nostro amore
- Quando contrasti o problemi di varia natura sembra
che rompano la nostra unità
- Quando tra giovani e anziani sorge un
incompatibilità da superare nella fede
- Quando nel travaglio della vita ognuno deve fare la
sua parete con fatica
- Quando la società ci è di tentazione nel fascino del
piacere e dobbiamo reagire
- Quando il rimanere cristiani ci costa scelte
difficili che potrebbero isolare
- Quando la nostra unione, consacrata all’altare, ha
bisogno di essere rinnovata nella Messa
domenicale
- Quando sentiamo il bisogno di nutrirci del Pane di
risurrezione nelle nostre povertà
CANTO
Lettore: Io sono la vera vite e voi i tralci… ogni tralcio che
porta frutto lo porta perché porti più frutto.
Tutti: Noi crediamo che Tu sei in noi; ci vogliamo impegnare
a rimanere sempre con Te
Lettore: Chi rimane in me ed io in Lui, fa molto frutto,
perché senza di me non potete far nulla
Tutti: Signore Gesù, vogliamo essere sempre con Te, non
vogliamo essere seccati e bruciati nel non-senso
Lettore: Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi,
chiedete quel che volete e vi sarà dato.
Tutti: Promettiamo di accogliere sempre le tue parole, di
osservare i tuoi comandamenti come Tu hai osservato con fedeltà i comandi del
Padre
Lettore: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni
gli altri
Tutti: Amare significa donare la vita per gli altri. Aiutaci
ad amare in questo modo. Così capiremo di non essere i tuoi servi ma i tuoi
amici.
BENEDIZIONE
EUCARISTICA
CANTO FINALE
Notizie della nostra Comunità
LA “GALLERIA FRATE FRANCESCO”
NELLA BASILICA DI SAN FRANCESCO - ASSISI
La “Galleria Frate Francesco” è nata
con la donazione di circa 40 opere, quasi tutte in pietra serena ed in
riferimento, più o meno esplicito, al famoso ciclo giottesco di 28 episodi del
grande Giotto. E’ stata collocata nei locali cosiddetti di Frate
Elia e fa bella mostra di sé, inserendosi nei severi e bellissimi locali nel
modo più naturale possibile. Sono locali normalmente usati per la pastorale giovanile
(fine settimana, corsi di esercizi, settimane di studio, incontri vari e il
grande convegno “giovani verso Assisi” di fine ottobre o quello dei giovani
europei, che, normalmente, si svolge nella prima decade di agosto ogni due anni.
Per averne un’idea, bisogna visitarla, vederla. Un dono splendido a San Francesco
che viene impreziosito da tutto il complesso monumentale. Il “trittico”, di cui
è tanto innamorato il nostro carissimo Silvano Landi e gli Amici, è costituito
da tre opere in pietra serena e si presenta come una parabola della vita
dell’uomo, come cammino! Le tre opere hanno una denominazione propria: il
cammino della fede (di Fabio Puri), il peso e la forza della fede (di
Pietro Viti), l’armonia della fede (di Roberto Vignali). Sono
poste: una all’inizio della scalinata che porta al Chiostro superiore, una
delle zone più antiche di tutto il Sacro Convento; una seconda a metà
scalinata, quando il cammino può farsi più faticoso ed, infine, al termine,
quando con lo sguardo si può ammirare tutta la bellezza del Chiostro di Sisto
IV, in un rincorrersi di armoniose linee architettoniche. Dicevo una parabola
del cammino dell’uomo, più comprensibile nel tempo di quaresima;le sculture esprimono
la luce che la fede può portare nel cammino della vita e farne comprendere il
senso (prima opera); la fatica che essa comporta perché non è facile accogliere
il mistero di Dio (l’amore vero è sempre molto esigente!), ma anche la forza che
essa dona a chi vive in comunione con Dio (seconda opera). Infine (terza opera)
la maturità della fede offre criteri per coglierne sia gli straordinari valori
ed ideali per una vita qualitativamente
degna dell’uomo, sia la complessiva bellezza dell’alleanza offerta da Dio alla coscienza e alla libertà
dell’uomo. Un sentito ringraziamento a quanti hanno collaborato perché
P. Vincenzo Coli Custode della Patriarcale Basilica di San Francesco
Rubrica
a cura della Dott.ssa Paola Boncompagni
I Santuari d’Italia:Santuario della Madonna del Conforto ad Arezzo
Agli inizi del
1796 la città di Arezzo stava vivendo allegramente il tempo del carnevale,
quando improvvisamente si abbatté su di essa il terrore del terremoto. Ripetute
scosse, anche di forte intensità si ebbero nella prima metà di febbraio e gli
aretini, riconoscendo nel terremoto un
giusto castigo per i loro peccati, indissero processioni penitenziali con le
reliquie dei Santi Patroni, affollarono chiese e confessionali e intensificarono
penitenze e digiuni. Esisteva a quel tempo presso
Il Vescovo della città volle per l’Immagine Benedetta
il massimo degli onori: l’incoronazione concessa dal Capitolo di S. Pietro in
Vaticano, onore riservato alle immagini più celebri per antichità di culto e
abbondanza di grazie elargite. Il Capitolo Vaticano, con decreto del 4 giugno
1814, concesse anche alla Madonna del Conforto
Il giorno 23 maggio 1993 anche Papa Giovanni Paolo II
ha visitato
Il 15 febbraio è festa grande per Arezzo, ma molti
sono anche i pellegrini che giungono da altre diocesi a festeggiare
Il
magistero
Quaresima, Cenere in testa e Acqua sui piedi
Cenere e acqua.
Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una
conversione completa, che vuole afferrarci dalla testa ai piedi.
Carissimi, cenere
in testa e acqua sui piedi, una strada, apparentemente, poco meno di due metri.
Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla
propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i
quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre
tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.
Pentimento e
servizio. Sono le due grandi prediche che
È difficile,
per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della
grandine. E trasforma in un'autentica martellata quel richiamo all'unica cosa
che conta: "Convertiti e credi al Vangelo". Peccato che non tutti conoscono
la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami
d'ulivo benedetti nell'ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni
all'impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della
sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del
cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione.
Quello
"shampoo alla cenere", comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi
detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare
per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato. Così
pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino. È
la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo
"udita con gli occhi", pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra
cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della
gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche
frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un
prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati:
l'offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio,
il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole,
genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente
ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Miraggio o dissolvenza?
Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo?
"Una tantum" per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le
nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora,
il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.
La cenere ci
bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da
versare... sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su
cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua.
Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di
una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
Un grande augurio.
Don Tonino Bello, Vescovo
Attualità
MINO REITANO
Alla fine di gennaio, se ne è andato per
sempre Mino Reitano, uno dei cantati più amati dalla gente. Aveva 64 anni. Gli
ultimi due trascorsi nella morsa di una malattia dolorosa che ha affrontato con
straordinario coraggio.
Ai funerali
c’era una gran folla di gente e anche diversi colleghi. Pochi, per quanto Reitano
meritava. Ma erano i suoi amici, quelli che lo conoscevano bene e, parlando di
lui, ne hanno evidenziato la bontà, la signorilità, la vita esemplare.
Anche i giornali
hanno dato evidenza a questa scomparsa. Ricordando soprattutto il modo sereno e
composto, con il quale Mino ha “vissuto” la malattia.
Dopo la sua
morte, tutti i media hanno riportato le dichiarazioni che il cantante aveva rilasciato
in un’intervista pubblicata il primo giugno 2008 dal quotidiano cattolico
online, “Petrus”. Ma proprio quelle citazioni evidenziavano un fatto triste. E
cioè che Mino Reitano, personaggio popolarissimo, con una splendida carriera
artistica durata una quarantina d’anni, era stato completamente dimenticato dai
media.
Mino Reitano,
cosciente della propria popolarità, certo di avere milioni di persone che lo
ricordavano, avrebbe certamente desiderato fare quelle sue ultime confidenze a
un grande pubblico, a giornali di vasta diffusione. Invece no, nessuno di quei
giornali si è ricordato di lui, è andato a trovarlo, a parlargli mentre era
ancora in vita.
Nato nel Sud
d’Italia, a Fiumara, in Calabria, da famiglia povera, orfano fin da piccolo, è
riuscito egualmente, affrontando comprensibili grandi sacrifici, a studiare
musica al Conservatorio, imparando a suonare il pianoforte, il violino e la
tromba. A 14 anni iniziò a cantare nel complesso musicale dei suoi fratelli
emigrando poi con loro in Germania, dove ebbe inizio il suo successo. In quel
Paese ebbe modo di suonare nello stesso club dove suonavano anche i “The
Quarrymen”, gruppo inglese, con i quali strinse amicizia. In seguito, quel
gruppo divenne famoso con il nome dei Beatles. Nel 1965 Mino cominciò a farsi
notare anche in Italia, e poi arrivò il grande successo che lo ha portato ai
vertici della popolarità.
Un successo
pieno, duraturo, costellato da tappe prestigiose, sia come interprete che come
autore. Reitano aveva scritto un libro autobiografico sulle proprie vicende,
aveva poi presentato in Rai varie proposte per trarne delle puntate televisive,
ma non ebbe mai risposta. Perché? Se lo chiedeva sconsolato anche lui. E su
tante altre vicende strane della sua carriera si interrogava senza trovare
risposte. In pratica, Reitano non aveva protettori politici, ideologici, corporativi.
Faceva parte di quella categoria di persone con una esistenza normale, serena,
senza scandali, una famiglia unita, tradizionale, una fede cristiana sentita e
praticata apertamente.
Ma il cantante calabrese non se ne è mai
lamentato. E alla fine, quando la malattia lo attanagliava lasciandogli poche
prospettive, era sereno.
Ecco l’intervista di ‘Petrus’ che
ha raccolto, poco prima della morte, la sua testimonianza di credente che si
affida all’Altissimo e alla protezione della Beata Vergine Maria.
Maestro, milioni di italiani sono in ansia
per Lei: ci dica, come sta vivendo questo terribile periodo della Sua esistenza?
“Con serenità e ottimismo. Sono sempre
stato cattolico e un uomo di Fede, non vedo perchè la fiducia in Dio dovrebbe
vacillare proprio ora”.
A chi offrre le Sue sofferenze?
“A Gesù e alla Madonna. Gesù è l’immagine
della bontà, il Figlio di Dio, di Colui che ha creato il Bene, il mondo, la
natura.
Sappiamo che nell’affrontare la malattia,
oltre alla Fede, Le è di grande aiuto
“E’ verissimo. Uno dei doni più belli che
la vita mi ha dato è stato proprio quello della famiglia: una moglie splendida
e due figlie che mi sono sempre vicine e non mi lasciano mai. Cos’altro avrei
potuto pretendere di più?”.
Reitano, Lei è molto amato dagli italiani,
ma tra gli addetti ai lavori non sempre ha ricevuto i riconoscimenti che Le
spettavano. Porta dei rancori?
“Perdono tutti. Non voglio lasciare nulla
in sospeso con alcuno. Il cristianesimo è saper dimenticare, lasciarsi alle
spalle rancori e risentimenti, abbandonarsi liberamente alla misericordia.
Senza perdono la nostra fede sarebbe vuota. Io stesso chiedo perdono nel caso
abbia danneggiato qualcuno, anche se, mi creda, nel limite delle mie
possibilità, ho sempre cercato di aiutare e comprendere tutti. Se non ci sono
riuscito, spero davvero vogliano scusarmi”.
Le Sue parole sul perdono fanno
emozionare: racchiudono il vero senso del cristianesimo. Ma quando è maturata
in Lei
“Sono stato un cattolico credente e
praticante sin da piccolissimo. Devo tantissimo ad un mio caro amico sacerdote,
don Gianni Repaci, che tuttora mi conforta con le sue parole. Lo conosco dai
bei tempi, da quando cantavo alle feste parrocchiali nel mio piccolo paese
d’origine. Che bella la mia Calabria, la porto nel cuore…”.
In passato è stato protagonista di un
evento che ha del prodigioso: Le va di raccontarlo?
“Molto tempo fa, a causa dello stress e
dei tanti concerti che avevo tenuto in giro per il mondo, avevo perso la voce.
I medici non sapevano spiegarsi scientificamente il caso, perché una vera e
propria patologia non emergeva da alcun tipo di accertamento diagnostico. Fu
così che, comprensibilmente sconvolto, andai a Sotto il Monte, il paese nativo
del Beato Giovanni XXIII. Il fratello di Giovanni XXIII era un mio amico e mi
disse di pregare il ‘Papa Buono’ di intercedere presso Dio affinché mi
restituisse la voce. Il tempo di fare ritorno in Calabria e stavo di nuovo
bene. I medici non seppero dare alcun tipo di spiegazione: fu qualcosa di
praticamente istantaneo”.
A proposito di Papi: Lei ha incontrato
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
“E’ vero. Si tratta di due uomini
fantastici, che porterò sempre nel cuore. Entrambi sono stati gentilissimi con
me, sa? Soprattutto Benedetto XVI, che mi disse testualmente: ‘Lei ha gli occhi
buoni’. Capirà, mi misi a piangere come un bambino per la commozione e ad
un certo punto cercai di inginocchiarmi per baciargli la mano, ma me lo impedì,
mi trattenne e mi accarezzò. Che grande umiltà! Che grande umanità! Non
dimenticherò mai le sue parole, il suo sguardo di padre, la carezza che mi fece
sul viso”.
Maestro, crede negli Angeli?
“Certo. Ma io ho un angelo speciale. Come
forse lei saprà, io sono cresciuto praticamente senza conoscere mia madre. Però
lei dal cielo ha vegliato su di me. E’ mia madre il mio angelo custode. E poi
c’è l’altra madre,
PAOLO
BROSIO: convertito dalla Madonna
Un pellegrinaggio a Medjugorje,
l'incontro con
"Un poco alla volta mi stavo distruggendo, ho
fatto tutte le cose peggiori che potessi fare. Cose che magari succedevano
anche prima, come a tutti, da ragazzi càpita di farsi una canna o di bere
qualche bicchiere in più, e le donne le ho sempre trovate facilmente anche
grazie alla mia simpatia, alla mia professione. Ma stavolta volevo proprio
farmi del male. Una notte, quando credevo di essere arrivato alla fine, mi
è uscita dalla bocca l’Ave Maria.(...) Ho toccato il fondo, solo chi mi
è stato vicino sa cosa è successo in questa casa". Paolo
Brosio racconta così gli ultimi quattordici mesi della sua vita, dopo
la separazione da Gretel, l’unica donna che ha amato
veramente, che ha riacceso dentro di lui il fortissimo dolore provato quattro
anni prima per la morte del padre.
Ma poi è finalmente arrivata "la notte
della purificazione" quella tra il 2 e il 3 gennaio scorso,
in cui "è successo qualcosa che ancora non posso dire e che mi ha
liberato in modo definitivo di tutto quello che mi dilaniava dentro" e
ha spinto Paolo Brosio a partire per
Paolo Brosio, di anni cinquantadue, ha scoperto
Notizie dal Casentino
Rubrica VIVERE IN CASENTINO
A
cura del direttore Silvia
PECORINI
I Della Robbia in Mostra 21 febbraio – 7 giugno
Il 21 Febbraio scorso si è aperta
la mostra dedicata ai Della Robbia, curata da Giancarlo Gentilini e Liletta
Fornasari e presenta la ricca produzione artistica in modo del tutto originale
andando a scoprire le relazioni tra la famiglia dei Della Robbia e gli artisti
dell’epoca. La mostra si terrà nelle sale del Museo Statale d’Arte Medievale e
Moderna ad Arezzo e prosegue nel territorio con gli itinerari in Casentino, in
Valdarno, in Valdichiana e in Valtiberina. I Della Robbia, straordinari maestri
artigiani in grado d trasformare la terra in opere d’arte, furono i
protagonisti di un’innovazione fondamentale nel Rinascimento: la scultura in
terracotta invetriata. Capostipite
della famiglia Della Robbia è Luca, celebrato da Leon Battista Alberti tra i
padri della rinascita, l’unico artista che è riuscito a portare l’arte della
ceramica, da arte cosiddetta minore, ad una forma espressiva dai risultati
artistici al pari della migliore pittura e scultura. Grazie al nipote Andrea,
gli invetriati si diffondono capillarmente sul territorio trovando sempre
maggiori estimatori e acquirenti.
La formula della terracotta invetriata rimase per
molto tempo un vero mistero, la famiglia la custodì gelosamente fino a quando
si apprese che la tecnica era propria della civiltà orientale, ereditata dal
mondo romano e bizantino. A Luca della Robbia rimane il merito di aver
riscoperto la tecnica e di averla rielaborata. I capolavori di questa famiglia
di scultori ornano chiese, pievi e palazzi di un vasto territorio dell’Italia
Centrale e sono custoditi in musei e collezioni internazionali. Ancora oggi le
botteghe artigiane e le grandi manifatture toscane realizzano le robbiane,
produzioni originali e tipiche del territorio che riprendono il famoso bianco
ed azzurro delle sculture di Luca o i decori naturalistici dalla policromia più
accentuata.
Il Casentino è
la valle in cui il visitatore può ammirare più che altrove le terrecotte robbiane,
circa cinquanta, concentrate nei luoghi cari alla spiritualità francescana e
camaldolese. Andrea della Robbia lascia nel convento de
Per maggiori informazioni visita il sito www.mostradellarobbia.it
Scuole private parificate in Italia: una risorsa per
tutti
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Alterini fa risparmiare allo Stato:
Fonte:
AGeSC (associazione genitori scuole
cattoliche)
Sosteniamo il nostro Asilo e le suore per il
loro operato nella comunità.
Approfondimenti
IL VATICANO
Il Vaticano è "un piccolo territorio per una grande missione",
ha ricordato Benedetto XVI in occasione degli 80 anni di vita dello Stato della
Città del Vaticano.
Il Papa ha fatto suo il titolo del Congresso organizzato per
studiare la storia dello Stato e anche se, come ha detto, non ha voluto approfondire
"un discorso su tale evento storico, al quale vari esperti stanno offrendo
nel Congresso il contributo della loro competenza sotto molteplici
aspetti", ha dedicato un pensiero a "quanti sono stati e sono i protagonisti
di questi otto decenni di storia".
In particolare, il pensiero del Pontefice è andato a Papa Pio XI,
quando annunciando la firma dei Patti Lateranensi e la costituzione dello Stato
citò San Francesco d'Assisi.
"Disse che la nuova realtà sovrana era per
Il Papa ha chiesto al Signore "di continuare a vegliare su
questo piccolo Stato" e soprattutto "di assistere con la potenza del
suo Spirito Colui che sta al timone della Barca, il Successore di Pietro,
perché possa svolgere con fedeltà ed efficacemente il suo ministero a fondamento
dell'unità della Chiesa Cattolica, che ha in Vaticano il suo centro visibile e
si espande sino ai confini del mondo".
Lo Stato vaticano è "piccolo ma grande. Il più grande del
mondo da qualunque punto di vista", ha affermato il Cardinale Tarcisio
Bertone, Segretario di Stato di Benedetto XVI, durante l'introduzione del congresso
"Un piccolo territorio per una grande missione", svolto nel Palazzo
Lateranense di Roma.
L'evento, organizzato dal Governatorato della Santa Sede, si è
inserito nella commemorazione degli 80 anni della nascita dello Stato vaticano,
che avvenne con la firma dei Patti Lateranensi, l'11 febbraio 1929, tra Benito
Mussolini - in rappresentanza dello Stato italiano - e il Cardinale Pietro
Gasbarri, Segretario di Stato di Papa Pio XI.
L'anniversario dello Stato vaticano, ha osservato il Cardinal Bertone,"è
momento propizio per ricordare l'alta finalità della sua esistenza ed azione,
per valutare come a tale finalità si sia corrisposto lungo questi otto decenni
trascorsi e per cercare di intuire le modalità future che potrà assumere la missione
propria di questo Stato".
L'opera di Pio XI
Ripercorrendo la storia dello Stato, il Cardinale ha ricordato in
particolare l'opera di Pio XI, spiegando che "questo grande Pontefice è il
vero ideatore e fondatore dello Stato della Città del Vaticano".
Con la firma dei Patti Lateranensi terminò la cosiddetta
"questione romana", iniziata nel 1870, quando per via del movimento
di unificazione italiana il Paese invase e si impossessò delle proprietà della
Santa Sede.
I Patti riconobbero l'indipendenza e la sovranità della Santa Sede
e crearono lo Stato della Città del Vaticano, definendo anche i rapporti civili
e religiosi tra il Governo e
Il Cardinal Bertone si è riferito a Pio XI sostenendo che lo Stato
vaticano è "opera della sua tenacia, realismo, cultura e lungimiranza, dimostrate
del resto anche in tanti altri momenti e di fronte a molti gravi problemi che
segnarono
Ottant'anni dopo
Il Segretario di Stato ha ripercorso i principali fatti storici
che
Appena dieci anni dopo la sua fondazione, ha ricordato, scoppiò
"Pensiamo al fatto che i diplomatici accreditati presso
Il porporato ha anche sottolineato le opere di carità svolte da
Papa Pio XII in tutta l'Europa durante la guerra, "soccorrendo
materialmente le popolazioni colpite e permettendo contatti fra coloro che la
guerra aveva separato". Roma venne occupata militarmente dal settembre
1943 al giugno 1944. "Lo Stato della Città del Vaticano si trovò circondato
da un potere politico-militare, il Reich tedesco, con il quale
Il Segretario di Stato ha anche ricordato i luoghi che ospitarono
molte vittime del conflitto: il Pontificio Seminario Maggiore al Laterano,
Il Cardinale ha quindi richiamato i grandi eventi che si sono
svolti nello Stato vaticano nei suoi 80 anni di storia: il Concilio Vaticano
II, i Sinodi dei Vescovi, le celebrazioni degli anni giubilari, soprattutto il
Grande Giubileo del 2000, ma anche i funerali di Giovanni Paolo II e l'elezione
di Benedetto XVI, "che hanno richiamato a Roma le massime Autorità
politiche del mondo e folle impressionanti".
Il congresso "Un piccolo territorio per una grande
missione" è terminato nell'Aula Clementina, dove Benedetto XVI ha concesso
un'udienza ai partecipanti.
ULTIME… DI COPERTINA
AMARE QUESTA
CHIESA INFANGATA…
Che
spettacolo. Ogni giorno valanghe di fango, da quei cannoni che sono i mass
media e i potenti di questo mondo, contro
Ma noi lo
sapevamo…“Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, “hanno
perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, “diranno ogni sorta di male contro
di voi per causa mia”
Il Papa: i
politici cattolici difendano la vita umana
Al termine
dell'Udienza Generale in piazza San Pietro, Benedetto XVI ha incontrato brevemente
Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, con la
quale ha avuto un breve colloquio di 15 minuti. Successivamente